frontNel presentare poco meno di due anni fa Stones Grow Her Name segnalavo come purtroppo l’album rappresentasse a mio avviso un ulteriore caduta da parte dei Sonata Arctica; reduci da un periodo poco brillante i finlandesi avevano purtroppo confermato lo scarso stato di forma e i pochi bagliori presenti non erano sufficienti a elevarne la qualità.

Ecco che oggi la band di Tony Kakko ricompare con il nuovo lavoro intitolato Pariah’s Child, pubblicato da Nuclear Blast. Siamo giunti ormai all’ottavo capitolo per il gruppo di Kemi e purtroppo il bilancio da anni a questa parte non è molto roseo.

Il power metal del quintetto sembra avere perso buona parte dello smalto passato e dunque confesso che mi sono accostato a questo album con una certa circospezione.All’ interno della formazione è avvenuto un avvicendamento; Pasi Kauppinen ha rilevato il posto di Marko Paasikoski al basso ed ha curato pure il missaggio.

Musicalmente Pariah’s Child rappresenta la volontà di un ritorno al sound originario, quello con cui i Sonata Arctica avevano espresso il meglio del loro potenziale. Il focus della storia è incentrato sul figlio di un lupo abbandonato, emarginato (un paria, appunto) e con lui la sua esistenza, le difficoltà, le paure. Una metafora piuttosto chiara, resa evidente dalla bella copertina a firma Toxic Angel.

I brani (dieci) dunque sono legati tra loro, c’è un fil rouge che li collega e quindi alla fine ne viene fuori una sorta di concept, atipico se vogliamo; le stesse parti narrate/recitate che compaiono in un paio di pezzi testimoniano della cura che è stata posta nello svolgimento del plot.

Complessivamente il disco, pur non contenendo passaggi indimenticabili o di qualità eccelsa, compie a mio parere un passo in avanti rispetto alle ultime uscite. Anche volendo andare a pesare col bilancino ogni singola traccia il risultato d’insieme conquista la sufficienza; le lacune del recente passato in buona parte purtroppo permangono (l’utilizzo di refrain eccessivamente easy, la ricerca spasmodica di un sound immediato a scapito di una costruzione più interessante) ma se non altro si nota qua e la il tentativo di recuperare un song writing di buon livello.

Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni ci sono dei limiti (oggettivi) imposti dal genere e su quell’ostacolo i Sonata Arctica, volendo essere molto aderenti, fanno fatica.

Ad ogni modo… l’epica e ariosa The Wolves Die Young (brillante prova vocale di Tony Kakko), Take One Breath (guidata dal piano di Henrik Klingenberg), la drammatica Blood aperta dalle tastiere suonate in questo caso dal singer, What Did You Do in the War, Dad? (triste e cupa, buona atmosfera), la breve ballata d’amore Love, la lunga e conclusiva Larger Than Life che con le sue abbondanti orchestrazioni è probabilmente la traccia più convincente…

Questo il meglio presente sull’album.

Il resto francamente lo trovo poca cosa tra passaggi velocissimi ma prevedibili (Running Lights), piuttosto anonimi (Cloud Factory), al limite del banale (Half a Marathon Man), sconclusionati (X Marks the Spot).

In definitiva Pariah’s Child scongiura il tracollo definitivo, mostrando una band che faticosamente sta provando a riconquistare terreno. Non si tratta di uno scatto di reni decisivo né completamente riuscito ma sicuramente i Sonata Arctica tentano di invertire la rotta. Non certo esaltante ma è un primo passo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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