frontC’è molto dei vecchi Gamma Ray e più di qualcosa dei Judas Priest in Empire Of The Undead, undicesimo e nuovissimo album della band di Amburgo.

Una “svolta” annunciata per tempo da Kai Hansen e che giunge propizia, visto i riscontri a dire poco contraddittori ottenuti quattro anni fa con To The Metal.

A ben guardare non è la prima volta che i tedeschi rivolgono lo sguardo verso il sound dei Judas ma in questo caso lo rileggono con maggiore personalità, caratterizzandolo a loro modo; in questo senso parlo di svolta, c’è una ferma volontà di riappropriarsi della propria dimensione e questo è senz’altro un bene perché cominciavo fortemente a temere che i Gamma Ray avessero imboccato in modo definitivo la via del declino.

Invece, pur con i limiti e l’usura imposti dal tempo, questo mi pare un inizio di risalita o, quantomeno, un buon colpo di coda.Dan Zimmermann (batteria) ha abbandonato la band e la scena musicale, al suo posto i Gamma Ray hanno reclutato Michael Ehré; un incendio invece ha completamente distrutto gli studi della band ma Kai HansenHenjo Richter e Dirk Schlächter evidentemente non si sono persi d’animo. Pur tra mille difficoltà e peripezie dunque Empire Of The Undead  ha visto faticosamente la luce, pubblicato da earMusic. 

Il power-speed metal del quartetto stavolta assume anche tonalità più scure, sporche, per cercare di rivitalizzare un suono altrimenti inevitabilmente datato; limite ormai noto della band ma anche del genere stesso, appartenente ad un’altra stagione.

In poco meno di un’ora il gruppo tedesco riesce  a mio avviso a piazzare almeno tre colpi pesanti: Hellbent, ritmo frenetico, velocissimo, riff pesanti delle chitarre, un travolgente passaggio speed  (venato di oscurità) che va a ripescare anche nella memoria degli Helloween. Master Of Confusion ci riconsegna i Gamma Ray di un tempo con una prova vocale intensa da parte di Kai Hansen ed un solo fulminante di chitarra. Potenza ed una ritmica devastante accompagnano invece la title track, vero brano di punta dell’album.

Se il disco rimanesse su questo standard mi troverei a commentare un capolavoro; non è così purtroppo ma ad ogni modo, per buona parte, il livello rimane più che soddisfacente.

Pale Rider (ottime chitarre ma un pò fragile nella melodia infarcita dai consueti motherfucker); Born to Fly (grande forza motrice ma ancora una linea melodica debole), la minacciosa ed inesorabile Demonseed in cui Hansen vocalmente si supera, Seven sparata come una pallottola. Tutti brani dalla buona presa e, seppure con qualche pecca, in grado di coinvolgere all’istante.

Una ballad non può mancare ed ecco allora Time for Deliverance (bella anche se non molto originale); una traccia grintosa ma un pò anonima, simile a tante altre, come I WIll Return.

Un discorso a parte per la lunga e introduttiva Avalon (oltre nove minuti); la struttura per certi versi può richiamare quella di Insurrection oppure di Armageddon. Di certo si tratta del brano più ambizioso dell’intero disco, che conferma tra l’altro come la band sia in grado di disimpegnarsi anche su distanze più lunghe. L’arrangiamento preparato dalle tastiere di Henjo Richter ed i cori regalano un tocco ulteriore di solennità per una traccia di ottima qualità che nella seconda parte esplode letteralmente !

A conti fatti dunque Empire Of The Undead è in grado di strappare un sorriso e tranquillizzare, nel senso che i Gamma Ray (da più parti dati per decotti) mostrano una ritrovata verve, una grinta che peraltro non è mai mancata ma, sopratutto, una vena compositiva in parte ritrovata. Inutile fare paragoni con il lontano passato, meglio godersi un buon album che di sicuro posticipa il tramonto della band.

Max

 

 

 

 

 

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