frontNoto per le collaborazioni con FishSound Of Contact e Steven Wilson  ma sopratutto per essere a tutti gli effetti il “quinto” Porcupine Tree, il chitarrista della Florida John Wesley pubblica per InsideOut il sesto lavoro dal titolo Disconnect.

Wesley mancava da qualche anno a livello solista ed in questa occasione non si è fatto mancare ospiti di rilievo: Alex Lifeson dei Rush partecipa con la sua chitarra in un brano mentre un’altra traccia vede la presenza dell’amico Steven Wilson al mixer.

In compagnia del fido Dean Tidey (chitarre), oltre che Mark Prator (batteria) e Patrick Bettison (basso), il musicista americano scrive un altro capitolo della propria discografia, incentrato al solito su atmosfere crossover prog e/o alternative rock.

Il talento del cinquantaduenne artista è fuori discussione, sia come chitarrista che come cantante; quando però si sposta nella veste di compositore le cose possono prendere un’altra piega e, a mio parere, è ciò che è accaduto con Disconnect.

I dieci brani che lo compongono infatti tengono fede al titolo, dando l’idea di essere poco connessi tra loro; manca omogeneità e forse anche quel colpo d’ala, quel paio di pezzi che restano impressi nel profondo al primo contatto.

La title track mette in luce una buona partenza e sonorità che irrimediabilmente vanno a convergere con atmosfere PT; suoni lacerati, una chitarra carica di effetti, il cantato quasi sussurrato di Wesley che nel finale regala un solo emozionante.

Any Old Saint (traccia più lunga del Cd) è un brano ruvido, per certo modo intenso ma evidenzia a mio avviso anche qualche limite del musicista in veste di cantante solista. Niente da dire invece sul versante strumentale dove la band mostra credenziali di tutto rispetto e JW spazia a piacimento con le sue Paul Reed Smith.

Arriva Once A Warrior e con essa, come anticipato, entra in scena anche la chitarra di Alex Lifeson; pezzo tirato, in pieno Porcupine mood, vive di una sezione centrale estremamente acida, lisergica, in cui è proprio l’ospite a guadagnarsi il centro del palcoscenico.

A questo punto però…cominciano i problemi. Il missaggio operato da Steven Wilson per Window a conti fatti nobilita il pezzo più che altro sulla carta; niente di particolarmente sgradevole ma si tratta di una canzone come altre, manca di anima, nonostante il prodigarsi del chitarrista.

Gets You Everytime è un passaggio rock che, pur ricco di sfumature, non regala particolari brividi; Mary Will è una discreta ballad, molto di “pancia” ma piuttosto scontata e prevedibile.

Torna il ritmo e un andamento più corposo con Take What You Need; la struttura della traccia si fa di nuovo più composita, bello e trascinante il solo di chitarra. Ancora “velati” richiami al sound dei “porcospini” per How Goes The War, una buona costruzione rovinata a mio parere da una linea melodica fastidiosa. New Life Old Sweat vive una fase introduttiva piuttosto scialba; il successivo sviluppo riesce a rendersi maggiormente interessante, sopratutto grazie all’intreccio tra le chitarre di Wesley Tidey.

Chiude (molto bene) la dolce e malinconica Satellite, uno dei migliori episodi del disco. Atmosfera eterea, quasi space, un bel contrasto tra il suono dell’acustica e quello dell’elettrica e qui probabilmente il chitarrista statunitense offre il meglio.

Disconnect si può vedere come un aereo che decolla in modo regolare, trova rapidamente quota con una vigorosa impennata ma poi, causa qualche avaria manifesta serie difficoltà, precipitando in avvitamento sino ad evitare, miracolosamente nel finale, il rovinoso impatto.

John Wesley rimane un chitarrista di assoluto valore ma questo disco mi lascia abbastanza perplesso; bei suoni ma, tranne che in qualche occasione, difetta di idee e spunti intriganti.

Max

 

 

 

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