frontUn andamento alterno, tra alti e bassi, ha sin qui contrassegnato il cammino dei Lazuli, gruppo new prog francese capitanato dai fratelli Leonetti. Una band eclettica, in grado di attraversare stili e stagioni diverse del progressive seppur non sempre con i medesimi esiti. Inoltre, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la scelta di cantare in francese (a mio personale parere) non li premia oltremodo: niente da eccepire sulla bellezza dell’idioma transalpino ma in un contesto rock non riesco a legarlo bene al resto, lo percepisco come un corpo estraneo.

L’ultimo segnale provenuto dal combo originario del sud della Francia datava 2011 con l’uscita di (4603 Battements); poi tanti live, molte partecipazioni ai principali festival prog in Europa e non solo, quindi una quotazione in lenta ascesa. Oggi presentano il nuovo disco, quinto della serie, dal titolo Tant Que L`Herbe Est Grasse.

Ai nastri di partenza si ripresenta lo stesso quintetto artefice dell’album precedente e, magari sarà un puro caso, ne esce con ogni probabilità il loro migliore lavoro. Noti anche per l’utilizzo di strumenti particolari i Lazuli si sono comunque sempre distinti per la capacità di attraversare differenti canali progressive ed in questo caso sono riusciti meglio delle altre volte a completare la fusione, riuscendo a generare mai come questa volta un sound divenuto distintivo.

Il target della band si è elevato, al punto che in un brano compare come ospite di lusso il vecchio Fish; prosegue l’utilizzo di strumenti “anomali” in campo prog come corno francese, vibrafono e marimba, su tutti però il “leode” suonato ed inventato anni fa da Claude Leonetti (una via di mezzo tra una slide guitar, uno stick ed una tastiera; produce un suono molto particolare ed è senza corde) dopo l’incidente che gli è costato l’uso del braccio sinistro.

La novità principale che offre Tant Que L`Herbe Est Grasse (pubblicato per Musea Records) sta nell’omogeneità e in una direzione più precisa, meno frammentaria. Troppo spesso in passato si potevano incontrare brani travolgenti (ad es. Capitaine Couer de Miel) a diretto contatto con altri magari di estrazione world music oppure elettronica; contrasto stimolante ma inevitabilmente si finiva per perdere il filo. Questa volta invece il quintetto ha optato diversamente e, a mio parere, è stata una scelta vincente.

Nove i brani che compongono il Cd e miglior partenza non ci poteva essere con Déraille; un motivo vagamente velato di una eco arabeggiante fa largo poi ad una apertura tipicamente progressive, in un ritmo cadenzato ma pronto ad aumentare l’intensità. La voce ed il magnetismo di Dominique Leonetti conquistano subito il centro dell’attenzione ma è comunque tutto l’andamento del brano ad essere interessante.

Une Pente qu’on Dévale si apre con le tastiere di Romain Thorel per poi lentamente salire di intensità sino ad una prima sosta in cui rimane, quasi solitaria, la voce del cantante. Nuova ripartenza proseguendo e sviluppando il tema e così via; la seconda parte prevede un primo solo della “leode” e della chitarra di  Gédéric Byar

Terzo episodio in programma è Homo Sapiens; passaggio breve ma colorato da mille sfumature sonore, pur se in forma canzone.

A seguire giunge Prisonnière d’une Cellule Mâle, pezzo di ampio respiro basato su di un ritmo ipnotico ed insistente che mette in evidenza il drumming singolare di Vincent Barnavol.

Tristes Moitiés è una delle tracce più belle e suggestive del disco. E’ il piano a dettare una lieve melodia sulla quale si va a poggiare il cantato di Dominique; suoni minimali, bella ambientazione, un paesaggio triste di grande presa.

Torna in campo tutto l’ensemble con  L’essence des Odyssées e nuovamente non si può fare a meno di sottolineare la prestazione del singer, davvero notevole. I suoni sono sempre policromi, multiformi ma si muovono ora in un territorio più circoscritto; un efficacissimo solo spacca in due il brano, conducendolo verso un finale con qualche riverbero space.

Multicolère è un pezzo piuttosto tirato, che può fare il paio con il brano introduttivo. Cambi di ritmo e di scena continui, in un andamento ondulatorio, sempre in bilico.

Arriva il turno dell’ ospite (Fish) a prestare la sua voce in J’ai Trouvé ta Faille. Una ballad per lo più acustica nella prima parte, con la sola voce di Leonetti, si anima poi nella seconda sezione con l’ingresso del “pesciolone” (probabilmente sarà una mia deformazione ma qui il contrasto tra lingua inglese e francese diventa stridente…).

Les Courants Ascendants chiude in modo avvincente l’album, un finale epico di chitarra e “leode” a suggello di un buon lavoro, coeso e maturo.

Finalmente i Lazuli centrano il bersaglio con buona precisione. Tant Que L`Herbe Est Grasse è senza dubbio la migliore prova che hanno offerto, probabilmente quella di una maturazione un pò lenta ma adesso giunta a compimento. Il combo francese continua a rimanere estremamente particolare, sicuramente nell’ambiente prog rappresenta qualcosa di diverso; ma mentre le precedenti uscite procedevano a strappi, questa da sensazione di compattezza.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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