frontDici Agalloch ed istantaneamente il pensiero corre a band come Katatonia Ulver con le quali, oltre a condividere un genere, la band di Portland viene assimilata spesso anche per il tipo di percorso musicale intrapreso, fatto di sorprendenti virate a lasciare stupiti e talvolta spiazzati i fans.

Proprio a tale proposito giova ricordare come siano trascorsi quasi quattro anni da Marrow of the Spirit, quarto lavoro del quartetto americano ma sicuramente quello più composito, articolato, intimo; un bello scossone dato dalle fondamenta per i duri e puri del sound Agalloch  che ha però dimostrato come il gruppo dell’Oregon sia provvisto di eclettismo e gusto per la sfida.

The Serpent & The Sphere, pubblicato dall’etichetta indipendente Profound Lore Record mira in parte a recuperare un suono più radicale, più legato forse alle origini, in cui il doom metal più oscuro si mescola con sentori e passaggi vicini al black metal.

Ma non va dimenticato, ed è nettamente percepibile, che questo lavoro è in realtà il prosieguo del precedente e gli Agalloch non mancano di ricordarcelo con passaggi semiacustici molto malinconici, quasi in chiave Opeth, disegnando atmosfere tristi ed oscure al tempo stesso. Il produttore Billy Anderson è riuscito a bilanciare alla perfezione le due direttrici principali, curando dettagli, alternanze e sovrapposizioni, così da tirare fuori dal cilindro un album pesante ed inquieto in egual misura.

Una prova di tutto ciò viene offerta con i tre interludi guidati dalla chitarra acustica suonata dal chitarrista folk canadese Nathanaël Larochette: (Serpens Caput)Cor Serpentis (The Sphere) (serpens cauda) cui è affidata la chiusura, sono tre stilettate al cuore, tre brevi passaggi acustico strumentali che hanno un pathos diverso ed un proprio peso specifico nello svolgimento del disco, tutt’altro che irrilevante.

Tutto il resto è (quasi) Agalloch al 100%; due brani lunghi oltre la decina di minuti e quattro passaggi serrati, di media lunghezza; la partenza è affidata a Birth and Death of the Pillars of Creation, uno degli episodi più dilatati. Un minuto di note ipnotiche di chitarra e poi un esplosione di suoni, lenta ed inesorabile, decadente; la chitarra acustica introduce una seconda fase di maggiore spessore nella quale fa il suo esordio la voce “sporca” di John Haughm. Tensione alle stelle, le due anime doom black a fondersi tra di loro in uno scenario “malato” ed ineluttabile.

Si prosegue con The Astral Dialogue e qui arriva la prima vera mazzata. Aesop Dekker (batteria) e Jason Walton (basso) sono possenti ed ossessivi, i riff delle chitarre di Haughm e Don Anderson sono stilettate micidiali, il canto harsh/growl del front man è spietato. 

Dark Matter Gods viene introdotta da un passaggio che in qualche modo rimanda alla band di Åkerfeldt, comprendendone ambedue i risvolti, le due facce, quella più melodica e sognante e l’altra più brutale e death. 

Celestial Effigy punta nuovamente a creare la giusta atmosfera, sospesa tra un movimento in perenne divenire ed un crescendo progressivo ed inarrestabile. 

Uno degli episodi che più mi sono piaciuti è Vales Beyond Dimension; tirato, esplosivo, ammorbante nel suo ritmo coinvolgente sin dalle prime battute. 

La monolitica Plateau of the Ages è probabilmente la traccia più distante e atipica rispetto alle cose più conosciute della band americana. Una lunga strumentale, ben costruita grazie a frenate e partenze di slancio, nella quale si ritagliano ampi spazi per solos di chitarra, con un epilogo in crescendo.

Dopo un periodo di silenzio discretamente lungo dunque gli Agalloch hanno celebrato il loro ritorno e lo hanno fatto ancora una volta ottimamente. The Serpent & The Sphere, benchè torni su qualche lampo del passato, denota il desiderio della band di proseguire il cammino intrapreso con la precedente uscita. Lo spettro del loro metal è sì delineato ma si sta rendendo più trasversale.

Max

 

 

 

 

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