coverQuasi una ventina di album all’attivo, una carriera estremamente longeva e quegli acuti che però non sono mai arrivati. In pillole questo è il cammino dei messicani Cast, formatisi alla fine degli anni ’70 e poi scomparsi per un lungo periodo, sino ad intraprendere a tutti gli effetti il proprio percorso solo alla metà degli anni ’90.

Arsis è il titolo del nuovo lavoro (il diciottesimo) per un gruppo che sin qui probabilmente, pur senza miracolo mostrare, ha raccolto meno di quanto seminato.

Partiti in modo quasi bulimico con ben cinque album tra il ’94 ed il ’95 (viene da intuire raccogliessero materiale del periodo precedente), hanno poi trovato una cadenza annuale sino al 2008, anno di Originallis; dopo di che hanno leggermente diradato le uscite. Tre anni fa hanno così pubblicato Art e oggi Arsis.Il combo di Mexicali, ospite fisso al festival Baja Prog, complice la distanza ha sin qui faticato a farsi conoscere a fondo in Europa ed è a mio avviso un peccato perché, seppur non autore di pagine mirabolanti e non inseguendo l’innovazione tout court, è un gruppo che merita maggior credito grazie ad un solido songwriting, buona tecnica e una certa dose di gusto.

Le coordinate di riferimento sono, è vero, tra le più intuitive del lotto e dunque si va dai Genesis a tutto il periodo del neo prog anni ’80 ma la band di Alfonso Vidales (tastiere e composizione) rimane una delle principali realtà progressive dell’America Latina.

La band, composta di ben sette elementi, ospita in questo caso la presenza di Michal Jelonek, virtuoso violinista polacco.

Tre sono le tracce che compongono questo nuovo album: una lunghissima suite di circa trenta minuti (La Iliada), un corposo brano centrale e una lunga (ed ottima)  rivisitazione di un brano di repertorio, El Puente.

1) ILIADE è composta di sette frammenti strumentali. Il primo (Atrida Agamenon), guidato dal piano incalzante di Alfonso Vidales è dedicato ad Agamennone, figlio di Atreo, re di Micene (memorie liceali..); ben presto il motore si scalda e la lieve introduzione pianistica lascia spazio all’ingresso molto deciso di chitarra (Claudio Cordero), basso (Flavio Miranda) e batteria (Antonio Bringas). Ritmo serrato, un ottimo segmento dotato di gran tiro della ritmica e di parti lasciate all’estro di chitarra e tastiere; inizio fulminante !

Helena en la Muralla, piuttosto breve, si muove sulla stessa falsariga salvo la successiva comparsa del sax, suonato da Pepe Torres (flauto e clarinetto); piano e chitarra si spartiscono la parte conclusiva.

Il flauto, con un andamento vagamente tulliano, apre e guida Diomedes el Tidida; la costruzione rimane simile con chitarra e piano da un lato, basso e batteria dall’altro.

Andromaca vive di uno svolgimento ancora più aperto, pur mantenendo saldo il tipo di impianto. Il solismo chitarristico di Cordero è libero di esprimersi a piacimento, i cambi di ritmo si fanno più netti e distinti, le tastiere di Vidales non mancano mai di fare sentire la propria presenza.

Batalla Interrumpida si lancia con grandissimo impeto per una prima sezione travolgente, un solo di moog spinge ancor di più il pezzo verso un finale che va poi degradando.

Embajada a Aquiles vede l’ingresso del violino di Michal Jelonek ma risulta un poco piatta. En Donde Estabas?…  chiude degnamente la lunga suite (trenta minuti) e sono di nuovo chitarra e piano ad ergersi protagonisti, supportati dal sax.

2) The Old Travel Book è il brano centrale ed è anche il primo in cui è possibile ascoltare la voce di Bobby Vidales; un’atmosfera magniloquente, una prima sferzata della sei corde, la consueta importante tessitura di piano e tastiere, ecco gli elementi principali di questa traccia.

3) El Puente. In origine questa suite, decisamente più lunga, era contenuta su Al Bandaluz, album pubblicato nel 2003. In questo caso i Cast ne hanno rivisto e riproposto soltanto tre frammenti ma il lavoro effettuato risulta di pregevole fattura.

a) El Puente viene cantata da Bobby Vidales in spagnolo ma gli inserti di tastiere e di piano, il lavoro della batteria, i cori in assoluto crescendo di Lupita Acuña ed i ricami della chitarra svelano musicalmente un’anima anglosassone.

b) Luz Al Final Del Túnel incrementa il ritmo e arricchisce la struttura con interventi di piano e flauto mentre la ritmica compie continue evoluzioni proponendo continui cambi di tempo; la distanza dai Genesis in certi frammenti si accorcia. Un canto muto della voce femminile accompagna il pezzo sin quasi alla conclusione.

c) Valle de Los Sueños è a mio avviso il segmento più bello in assoluto. L’incipit è dato da piano e violino e dalla voce femminile della Acuña mentre successivamente interviene un grande break della chitarra; la melodia di base è ostinata e ripetuta come un loop sino a che di nuovo la chitarra si impadronisce della scena con un finale arrembante ed emozionante.

Un disco molto “pieno”, tanta chitarra e tastiere, ritmica molto dinamica  e ben assortita; i Cast hanno fatto davvero un buon lavoro e spero che Arsis possa venire apprezzato, come merita, non solo dai progster più incalliti.

Max

 

 

 

 

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