frontBand: Kaukasus. Album: Uscita: maggio 2014. Detta così francamente spiega poco, si può interpretare come l’album di esordio di una nuova formazione, l’ennesima che si lancia nell’avventura musicale nell’era digitale.

Se però si va a curiosare più a fondo si scopre che non è proprio così, nel senso che i tre membri di questa formazione scandinava sono delle vecchie conoscenze; si tratta infatti di Mattias Olsson (batteria e mellotron, già con Änglagård ed ora con White Willow), Ketil Vestrum Einarsen (tastiere e fiati, già con i Jaga Jazzist) e Rhys Marsh, voce,chitarra e basso con The Opium Cartel. 

Un crogiuolo di gruppi norvegesi/svedesi che coprono uno spettro piuttosto ampio di sonorità; ecco dunque il tentativo dei Kaukasus di fondere e sintetizzare queste diverse esperienze, distillando un sound che potrei definire un alchimia di art rocknew prog e accenti di ambient rock nordico. Burning Shed ha pubblicato quindi questa opera prima incisa tra Oslo, Trondheim e Stoccolma; c’è molto nell’album di quelle latitudini; i colori, i silenzi, l’immensità di certi passaggi, la solennità complessiva che pervade l’intero disco ed un latente sentimento di glaciale solitudine.

Nessuna delle sette tracce contenute nel disco si rivela priva di interesse, ognuna a suo modo comunica sensazioni ed emotività; a mio avviso c’è un lento e costante crescendo. Se l’impatto alla partenza può lasciare forse un pò spiazzati e richiamare pure, perché no, talune ambientazioni Tangerine Dream del passato, le suggestioni aumentano con l’avanzare dei brani sino a costruire una seconda parte di notevole spessore.

I musicisti ricorrono ad un vero e proprio arsenale di tastiere: synth, moog, mellotron, piano, Fender Rhodes..contribuiscono a creare un sound crepuscolare ma al tempo stesso vivo ed attuale.

The Ending Of Open Sky apre con un ritmo ed un atmosfera figlia dei Motorpsycho; un drumming ostinato ed ipnotico, suoni oscuri e la voce, netta e dolente, di Rhys Marsh. Sono fendenti pesanti e non certo immediati ma non si fatica comunque più di tanto ad entrarvi in sintonia, un’atmosfera greve ma al tempo stesso che cattura.

Lift The Memory è il brano estratto per promuovere l’album; nuovamente una ottima prestazione vocale di Marsh accompagna un pezzo di più ampio respiro, in un certo senso più malleabile anche dal punto di vista melodico.Un break centrale vede il solo cantante e la batteria in azione mentre la seconda parte, dopo una fase strumentale “sospesa”, riprende il tema iniziale.

Il terzo episodio è forse quello più morbido; In The Stillness Of Time riesce ad evocare un atmosfera molto ovattata con suoni elettronici in sottofondo. Buona parte dell’impianto sonoro poggia sulla presenza vocale del cantante e su di una efficace scelta dei suoni. A mio parere questo forse sarebbe stato più indicato come singolo.

Sulla scorta di evidenti reminiscenze krautrock si presenta la strumentale Starlit Motion; sequencer, flauto, piccoli strumenti a fiato, regalano una girandola infinita, un loop inarrestabile dal quale è piacevole farsi travolgere.

Reptilian, brano più lungo in programma, viene introdotto da richiami etnici per quella che viene anche definita world music; il successivo ingresso della voce di Marsh, l’incalzare continuo della batteria, la marea montante di suoni delle tastiere, ne fanno un tipico esempio di quella che può essere considerata la cifra stilistica della band.

Surreale, una magia fiabesca e desolante allo stesso momento; questa è The Witness dove il flauto e la chitarra si concedono degli spazi su un sottofondo di accordi ostinati. Paesaggio che mi ricorda abbastanza da vicino David Sylvian e nel quale si distingue nuovamente in positivo il singer.

Il tutto poi viene elevato, amplificato, dilatato con la bellissima The Skyes Give Meaning; otto minuti davvero emozionanti in cui forse il trio distilla e condensa in assoluta purezza il meglio. Tutti i richiami, le intuizioni, le analogie vengono qui prese e abilmente centrifugate per dare origine ad un frammento di “space-post rock psichedelico”.

Siamo di per sé in un territorio musicale abbastanza particolare ma i Kaukasus, non paghi, aumentano la posta. Il risultato è in certo modo sorprendente a patto di avere un background musicale che contempli abbondantemente precise sonorità; se qualcuno vuole ascoltare e misurarsi con qualcosa di diverso questo titolo è tra i più indicati.

Max

 

 

 

 

 

 

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