frontPoco più di un anno fa ho avuto modo di entusiasmarmi e tessere le lodi per The Man Left in Space, ottima uscita a firma Cosmograf, una project band che fa riferimento al mastermind inglese Robin Armstrong.

Finalmente è in uscita il nuovo capitolo, quinto della serie, intitolato Capacitor; dico subito, si incanala sulle orme del concept precedente ma solo in parte. Il sound pertanto è sì quello conosciuto (un new prog moderno che si abbevera ancora alla fonte dei Pink Floyd e della psichedelia seventies) ma stavolta è molto più netta e percepibile l’attualizzazione delle sonorità.

Anche in questa occasione è ben nutrita la pattuglia di musicisti che accompagna il poli strumentista britannico, tutti di nome e gran classe. La formazione è in parte cambiata rispetto al disco del 2013: infatti, mentre alla batteria troviamo ancora l’ottimo  Nick D’Virgilio e alla chitarra, pur se solo in un brano, il massiccio Matt Stevens, gli altri ruoli registrano succulenti novità.Al basso si alternano il grande Colin Edwin (Porcupine Tree) ed il confermato Steve Dunn (Also Eden) tranne che in un episodio dove vengono rilevati da Nick Beggs (Steven Wilson, Steve Hackett); le tastiere sono appannaggio di Andy Tillison (The Tangent) mentre il buon Armstrong si divide nel ruolo di voce, chitarra e tastiere.

Lo stesso musicista ha presentato Capacitor come un album “da ascoltare in cuffia, al buio…un disco molto cinematografico che lascia ampi spazi all’immaginazione..” Tema centrale del lavoro, anche questo un concept, è la conservazione e la memoria dello spirito umano e su ciò che resta in essere dalla semina effettuata con la nostra esistenza, sia in senso materiale che spirituale.

Sette brani in cui il viaggio e l’esplorazione parte da delle indicazioni offerte dalla stessa musica ma che poi, effettivamente, delegano alla fantasia ed alla immaginazione di ognuno buona parte del “sentire”. Il lavoro è stato mixato presso gli Aubitt Studios di Rob Aubrey.

Partenza affidata a The Spirit Capture; sonorità eteree, voci nello spazio infinito della mente ed è poi il turno della ritmica, con linee di basso nette e possenti ed il drumming di Nick D’Virgilio subito presente  e protagonista. Brusco cambio di scenario con grande spinta di tutta la band, un crescendo pieno di variazioni interrotto da una poderosa rullata che riporta sul tema iniziale. Una seconda parte più larga, aperta, nella quale le tastiere imprimono una diversa accelerazione anticipano l’ingresso di una voce fuori campo; di qui alla fine saranno le chitarre a ritagliarsi maggiore spazio, prima l’elettrica e poi l’acustica.

The Fear Created si apre con una chitarra acustica, presto spazzata via da uno start della band intera che sa (non poco) di certi momenti Porcupine Tree. Atmosfera oscura, impregnata di ombre, dubbi, quasi malata…una perfetta rappresentazione della paura. E’ proprio la voce di Robin Armstrong che giunge in soccorso ma è una breve pausa, di li a poco riprende il tema centrale che si va a sviluppare sempre più nella direzione, presumo, suggerita da Colin Edwin. Organo e tastiere a profusione nella parte conclusiva accompagnano la voce accorata del cantante.

The Reaper’s Song è un passaggio decisamente più morbido ed in forma canzone, una costruzione molto più abbordabile pur se curata e non tirata via; dopo una prima parte più prevedibile, la seconda presenta un maggiore movimento e si fa preferire.

Please mind the gap...The Drover si svela dolce  e morbida tra chitarra acustica, voce e piano. Una ballata sinuosa ben interpretata da Armstrong che si apre ad una sezione importante di Hammond nella seconda parte, con un epilogo mosso e ritmato.

White Car è la traccia più lunga con i suoi dieci minuti scarsi. Un inizio quasi solenne, lento, esplode poi  letteralmente in un solo di chitarra liquido, come di uso Cosmograf. Una sorta di elastico, tra pause ed improvvise e repentine accelerazioni che (di nuovo) pendono verso sonorità wilsoniane. Il secondo e conclusivo solo della sei corde risulta decisivo, conferendo un alone magico (e piuttosto floydiano) al pezzo.

Davvero cinematografico ed intenso è l’incipit di The Ghost Gets Made. E’ poi nuovamente il batterista a mutare con decisione indirizzo al brano, sferrando un attacco frontale che lo trasforma completamente. Grande grinta e pressione della band, il pezzo alla fine risulta quello più heavy in assoluto, corredato da un ulteriore performance solista della chitarra; il finale declina lentamente e progressivamente, di buon effetto.

Il segmento conclusivo, Stuck in the Wood, annovera le presenze di Nick Beggs Matt Stevens ed è a mio avviso il migliore del lotto: pregnante, inquieto, inesorabile nel suo salire pian piano con il bassista di SW in grandissima evidenza, impegnato in un lavoro di raccordo incredibile. Cosmograf giocano a sottrarre e poi ad aggiungere, un equilibrio sempre precario ma sempre…esistente, la chitarra di Matt Stevens a disegnare scenari tanto improbabili quanto di rara efficacia e, alle spalle, un talento incredibile alle pelli.

Se The Man Left in Space era un album che mi ha conquistato al primo ascolto forse non posso dire la stessa cosa per Capacitor ma, alla fine, il responso è il medesimo: album da non perdere. Rispetto al passato il suono si è spostato più su un versante moderno, attuale e forse al riguardo pesano certe nuove importanti presenze all’interno dei Cosmograf.

Capacitor probabilmente è meno diretto ma non per questo meno interessante.

Quel che è certo è che Robin Armstrong è riuscito nuovamente a mettere in piedi un’idea suggestiva; mi auguro che possa ottenere anche da noi il credito che merita.

Max

 

 

 

 

 

commenti
  1. David scrive:

    condivido in pieno la recensione. questo album è il migliore dell’anno e per me degli ultimi anni. straordinaria la sezione batteria-basso, in particolare la batteria, Di Virgilio si è superato, mai sentito ultimamente qualcosa di pur minimamente avvicinabile. lo ascolto minimo una volta a settimana da mesi ormai. qualità registrazione super.

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