frontDressed In Voices è il titolo dell’ultima fatica dei Mostly Autumn, undicesima della serie. La band guidata da Bryan Josh ci aveva lasciato due anni fa con l’ottimo The Ghost Moon Orchestra e da allora, come di abitudine, è seguito qualche ritocco nella formazione.

Undici album in quindici anni di attività non sono pochi e c’è da dire che ad ogni appuntamento il gruppo inglese non ha mancato di sfoderare almeno due o tre brani rimarchevoli; grande costanza di rendimento sin qui dunque, da alcune parti invece considerata come una spiccata tendenza alla ripetitività nel proporre all’infinito lo stesso modello. Personalmente  propendo per la prima ipotesi, la formazione britannica si muove indubbiamente sulle orme di un filone ben preciso ma lo fa con estrema onestà e coerenza.

Scelgono in definitiva di non rischiare un salto nel buio, di non farsi tentare dal desiderio di cambiare tanto per farlo e pure in questa occasione mantengono fede al loro intento.Il rischio della ripetizione indubbiamente ci può stare ma a mio modo di vedere la scelta di linee melodiche molto ben costruite ed accattivanti unita a suoni ben calibrati è stata sin qui vincente.

Rispetto al lavoro precedente c’è da registrare un avvicendamento alla batteria: Alex Cromerty ha rilevato Gavin Griffiths mentre il resto della line up è rimasto immutato; come precedentemente annunciato in modalità live il ruolo di Anne-Marie Helder (chitarre, flauto, seconda voce e tastiere aggiuntive) verrà invece occupato da Hannah Hird.

A registrazione terminata il secondo chitarrista Liam Davison ha lasciato il gruppo per motivi familiari ed è stato sostituito da Chris Johnson.

Dressed In Voices è quasi in forma di concept e questa in fondo per i Mostly Autumn è quasi una novità; gli elementi folk in questo caso risultano quantitativamente limitati, permane la tendenza a riallacciarsi a sonorità new prog ma nel complesso il suono evidenzia dei tratti più oscuri e cupi rispetto al passato.

Quattordici i brani contenuti ma due in realtà sono solo dei passaggi-ponte, dei brevi filler. Olivia Sparnenn mostra un talento sicuro e affidabile, assolutamente degno al cospetto della celebrata voce che l’ha preceduta (Heather Findlay). La chitarra di Josh vive ampi spazi di pertinenza, così come sono da sottolineare le delicate partiture delle tastiere affidate a Iain Jennings.

Da una disamina ravvicinata gli episodi più convincenti e davvero degni di nota risultano Home,dall’incedere cupo e quasi marziale prima di esplodere in un crescendo a tre voci (Josh- Sparnenn – Helder) e poi in un affilato solo di chitarra.

The Last Day, una dolce e malinconica ballad guidata dal piano e sulla quale si poggia delicata e struggente la voce della cantante solista, ben supportata dai cori di Anne-Marie; The Library, aperta da un breve ma intenso passaggio di chitarra e nuovamente cantata a tre voci. Un episodio che unisce echi di Beatles, neo prog e tanta Fender Stratocaster.

Box of Tears che chiude in modo perfetto l’album, un’ altra morbida ballata dalla quale emerge sicuro il timbro della singer principale, mirabile per pulizia e profondità.

Questi a mio avviso i momenti più emozionanti ma, ovviamente, non finisce qui; l’introduttiva Saturday Night (inquieta nell’ intro insolitamente “dark”), Running (piano e tastiere in primo piano a supporto della Sparnenn e poi nuovamente chitarra). Una Down by the River dal piglio molto rock, quasi purple; la lieve title track guidata inizialmente da una chitarra acustica e nella quale, per l’ennesima volta, gli intrecci vocali tra le due cantanti ed il timbro solista di OS hanno la meglio su tutto il resto.

Non ci sono nel complesso particolari segni di cedimento, la qualità si mantiene sempre apprezzabile. Si nota una maggiore presenza della chitarra (e della voce) di Bryan Josh, un sempre accurato bilanciamento tra i suoni e le ricche parti vocali, alcuni frammenti in cui il sound come dicevo si è fatto più ruvido. Per il resto i conosciuti e piacevoli Mostly AutumnDressed in Voices è un album assolutamente gradevole e adatto a più preferenze musicali; non un capolavoro imperdibile ma sicuramente da ascoltare, di classe.

Max

 

 

 

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