frontAntony Kalugin torna a fare parlare di sè con il nuovo lavoro a nome  Karfagen dal titolo Magician’s Theater.

Il tastierista ucraino si è reso particolarmente prolifico negli ultimi anni, diversificando la proposta con quattro progetti denominati rispettivamente AKKOSunchildHoggwash Karfagen appunto. Quest’ ultima è l’incarnazione che ha ottenuto nel tempo i maggiori riconoscimenti e probabilmente proprio quella tramite la quale Kalugin ha avuto modo di farsi meglio apprezzare.

Sette dischi pubblicati sino ad oggi, il penultimo sigillo è stato Aleatorica pubblicato giusto un anno addietro; symphonic prog ed elementi folk ben distinguibili gli ingredienti alla base della ricetta ucraina. Camel, il neo prog inglese ma anche Kaipa e  Flower Kings le maggiori influenze stilistiche.

Come dicevo siamo di fronte ad un musicista estremamente attivo, basti pensare che restando in ambito Karfagen l’album di esordio (Continium) è datato 2006. I lavori pubblicati hanno mantenuto sempre un buono standard qualitativo e, a mio parere, il vertice sin qui è stato toccato con il doppio The Key to Perception (2009).

Magician’s Theater si pone nuovamente come una proposta ambiziosa e, alla luce dei fatti, molto ben articolata, riuscendo a risultare convincente e coinvolgente. Oltre al fido Sergii Kovalov (voce) una nutrita schiera di musicisti accompagna il mastermind e tra questi voglio segnalare in particolare Mathieu Speater (chitarra elettrica) e Max Velichko (chitarra acustica e classica).

Il lavoro è una sorta di symphonic-opera divisa in due atti, il secondo dei quali racchiude una lunga suite frazionata in sette segmenti.

L’ overture Magician’s Theater comincia in pieno stile Keith Emerson; una sorta di epica fanfara introduttiva lascia gradualmente il posto all’incedere del ritmo ma le tastiere rimangono assolute protagoniste, appaiate poi da un primo razzente solo di chitarra. Ottima e fantasiosa partenza strumentale.

The Birth of Mankind  è a mio parere uno degli episodi meglio riusciti: piano e synth in primo piano, alla ritmica sono affidati improvvisi ed efficaci cambi di tempo che contribuiscono a dipingere paesaggi diversi. Una sezione centrale quasi tribale si apre poi grazie al perentorio ingresso di una chitarra, regalando momenti emozionanti sino ad un epilogo che ritrova il tema introduttivo.

Un breve ma gradevole filler guidato da flauto e chitarra classica (Turret ) precede l’arrivo di Yuletide nella quale ampi echi dei Jethro Tull si incaricano di aprire il brano che poi evolve, la costruzione si fa più serrata mantenendo una chitarra elettrica come focus; buon ritmo, nuove variazioni si rincorrono sino al termine.

Un altro solenne interludio (Figment of the Imagination 1) apre per The Fibber`s Diary, un passaggio nel quale si captano chiaramente le origini e gli studi classici di Antony Kalugin, bravo a indirizzare in modo preciso armonia e melodia. La prosecuzione nella seconda parte muta pelle radicalmente, più aggressiva.

The Juggler’s Boast conclude il primo atto; suoni più duri e cupi, contrastati dal solo flauto, vengono successivamente respinti da un poderoso solo della sei corde e, in extremis, da una chiusa delle tastiere.

Figment of the Imagination 2 inaugura la seconda parte, un prologo intenso e quasi bucolico a preparare l’ingresso di Magician’s Spell, poderosa suite della durata di ventuno minuti. Ogni movimento è ben congegnato, nonostante i tempi dilatati innumerevoli variazioni (apportate con cura) fanno sì che il brano non si “incarti” e si mantenga vivo. Spazio alla fantasia dunque, ritmica in buona evidenza, tastiere e chitarre libere di correre a piacimento, un inserto di sax conclusivo. Il limite se mai si può ricercare nel fatto che, tranne per una breve sezione recitata, manca una vera parte di canto.

Il sipario cala con Magician’s Theater (Final) che con un lungo balzo si riallaccia al tema iniziale, sviluppandolo ulteriormente e affidando a piano e chitarra il ruolo di guida.

Optando anche per una maggiore sintesi i Karfagen di Antony Kalugin confezionano probabilmente il loro lavoro migliore. Magician’s Theater infatti è un album concretamente prog se così posso dire, più diretto rispetto ai dischi passati; alcuni orpelli (eccessivi) sono stati eliminati, certi svolazzi di troppo sono stati abbandonati, c’è molta cura dei dettagli ma con attenzione massima al cuore del progetto. Promosso !

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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