frontQuando mi trovo a parlare di gruppi o musicisti italiani in ambito progressive rock confesso di trovarmi talvolta a disagio; non si tratta di esterofilia assoluta o di cieca prevenzione, esistono invece modalità e atteggiamenti che spesso mi lasciano perplesso e non riescono a coinvolgermi.

Sicuramente nel canto prediligo la lingua inglese ma anche i nostri gruppi sono riusciti ad esprimere grandi talenti; penso al povero “Big” Francesco Di Giacomo, all’immenso Demetrio, allo stesso Aldo Tagliapietra, ed in altri momenti a Bernardo Lanzetti oppure Roberto Tiranti.

La maggiore capacità di sintesi della lingua inglese, certa pomposità e artificiosità nell’uso dei vocaboli in molti testi italiani, una spiccata tendenza a rimanere rigidamente ancorati al modello degli anni ’70…tutto ciò molto spesso mi allontana da molte (non tutte, sia chiaro) proposte nostrane.

Per contro vengo nuovamente attratto quando si verificano due condizioni: 1) un felice tentativo di battere nuove e più moderne strade (vedi l’ultimo splendido lavoro di Fabio Zuffanti); 2) il riuscire a costruire un progetto musicalmente curato dove tecnica, fantasia e anima riescano a fondersi completamente, pur guardando (in parte) anche a ritroso.

E’ con molto piacere quindi che saluto la nuova prova del tastierista Alex Carpani e la sua band che pubblica il nuovo album intitolato 4 Destinies; prodotto dall’ottimo Cristiano Roversi (membro di Moongarden e Mangala Vallis) il lavoro si compone di quattro lunghi brani, quattro vie che si diramano dallo stesso punto e che stanno a rappresentare quattro possibili destini che un uomo può incontrare nella sua esistenza.

Lo stile del musicista è sicuramente quello conosciuto ma in questo caso alcuni correttivi sono netti: il lato sinfonico è stato leggermente stemperato così come alcuni passaggi alle tastiere forse troppo carichi. C’è molta attenzione per le parti vocali che si dividono tra l’altro tra italiano ed inglese, ci sono insomma delle variazioni rispetto al precedente The Sanctuary (2010).

La presenza fattiva di David Jackson (sax e flauto) contribuisce ad innervare le sonorità di un pizzico di adrenalinico dinamismo, un tocco di lucida follia viene scaricato dalle ance dell’ex Van Der Graaf Generator. La formazione in questo frangente prevede oltre al tastierista e cantante, il fido Ettore Salati (chitarre), il fratello Giorgio (voce aggiuntiva), Giambattista Giorgi (basso nei Barock Project) e Alessandro Di Caprio (batteria).

Avvio (ovviamente) “emersoniano” con The Silk Road (La Via della Seta) e subito, da dietro le quinte, fa capolino Dave Jackson; come vedremo la sua non è una semplice ospitata nell’album ma molto di più. La nuova sezione ritmica si disimpegna molto bene, producendo una groove trascinante mentre sono le tastiere di Carpani ad indicare il percorso. Frequenti contrappunti dei fiati lasciano il posto ad un serrato dialogo tra Hammond e basso/batteria; è un continuo alternarsi di parti melodiche ad altre maggiormente dinamiche ed è proprio l’ex VDGG a scandire questa altalena. Nel frammento centrale si susseguono parti vocali in italiano ed inglese mentre nel segmento conclusivo sono Alex Carpani e lo stesso Jackson a mettersi in evidenza prima delle strofe di chiusura.

Time Spiral riesce ad esprimere un notevole pathos; l’atmosfera iniziale si insinua tra i solchi di Jethro Tull Gentle Giant, finemente articolata. Finalmente un breve ma deciso ingresso della chitarra a fronte di una progressiva marea montante procurata dalla ritmica; le tastiere e poi i fiati riportano il brano sulle coordinate iniziali inaugurando così la seconda metà del pezzo. Nuovamente il ritmo si impadronisce della traccia sino ad un solo importante della sei corde prima di riprendere, pulsante, fino al termine.

Un’ introduzione morbida, giocata tra tastiere fiati, un testo in inglese: così comincia Sky And Sea, altro momento di grande intensità. Solo a questo punto parte una digressione strumentale, interrotta dalla ripresa del canto; si ripete la consueta altalena tra parti più serrate ed altre più soft, tra strofe in inglese ed altre in italiano.

The Infinite Room è l’ultima traccia in programma e certamente quella che più mi ha convinto. Il tasso “emozionale” si innalza sin dalle prime note, piano, tastiere e sax creano un vero tappeto magico sul quale volteggiare con la fantasia; molto incisivo come sempre David Jackson. I riferimenti alle grandi band del passato sono palpabili ma allo stesso momento Alex Carpani riesce a rendere più fresche le sonorità, si sentono sensibili richiami ma la band riesce a non affogarci dentro e questo, ribadisco, per me fa decisamente la differenza. Un inciso del sassofonista inglese rimane assolutamente tutto da gustare, poi un finale maestoso.

Un bel mix tra esperienza e forze fresche, una produzione efficace e curata, un sapiente bilanciamento tra il passato da evocare ed il desiderio di appartenenza al presente. Queste sono alcune delle sensazioni che trasmette 4 Destinies. Alex Carpani propone così un lavoro diverso rispetto ai precedenti, a mio avviso meno canonico ma più attuale; la formazione che lo accompagna recita egregiamente il proprio ruolo, Jackson ha un ruolo di assoluto rilievo. Interessante.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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