frontConcludendo il report del concerto tenuto dagli Yes a Padova lo scorso 17 maggio manifestavo la mia impazienza e la curiosità per l’uscita prossima di Heaven & Earth. Il momento sta arrivando ed è quindi possibile mettere nero su bianco le prime impressioni, basate su di un ascolto più o meno continuo effettuato per alcuni giorni.

Covert art a cura del sempiterno Roger Dean, il ritorno ad un nuovo album dopo il più che discreto Fly From Here (2011) che però era costruito in larga parte su vecchio materiale mai editato; ed ancora, il primo lavoro con Jon Davison nel ruolo che fu di Anderson, roboanti dichiarazioni dei protagonisti utili a creare il giusto grado di attesa, di hype intorno alla nuova pubblicazione.

Nuovo per gli Yes anche il produttore (Roy Thomas Baker), il missaggio dei brani a cura dell ‘ex membro Billy Sherwood, un peso importante del nuovo cantante nella stesura dei testi.Tanti dunque gli spunti di interesse per questa nuova realizzazione, in particolar modo per un fan dai tempi d’oro come il sottoscritto ma…questo non deve fare perdere la bussola dell’obiettività , dell’imparzialità e, sopratutto, del realismo. Guai a valutare per preconcetti, positivi o negativi che siano, si rischia di prendere grossi abbagli; sia che si tratti di un gruppo meno noto, sia che si stia parlando di una delle band che da sempre si portano nel cuore.

Tocca quindi di nuovo a Frontiers Records dare alle stampe la nuova fatica (ventunesima) della band guidata da Chris SquireSteve Howe. Gli otto brani presenti sono tutti nuovi di zecca, incisi a Los Angeles e come dicevo evidenziano il robusto contributo di Jon Davison; a differenza del lavoro precedente l’apporto di Geoff Downes in fase di scrittura si riduce ad un solo brano, l’ultimo in scaletta.

Se Fly From Here, pur con una provenienza datata e l’ imprinting di Trevor Horn (che non ho mai amato alla follia), recava alcune trame e passaggi di buona grana, è fuori dubbio che la pasta di cui è composto Heaven & Earth risulta molto diversa e, ahimè, decisamente inferiore. Anche la mano del producer orienta probabilmente la band verso sonorità a tratti piatte, quasi scialbe; un navigare spesso placido su mari sonori troppo easy, radio friendly ma sopra ogni cosa privi dell’anima necessaria.

In una carriera così lunga si sono già registrati in passato dei netti passaggi a vuoto, delle cadute anche piuttosto verticali (penso ad esempio a Talk oppure a Open Your Eyes); ciò naturalmente fa parte del gioco in un arco di tempo così prolungato.

Questo album però esce nel 2014, a ben 45 anni dall’ esordio e con buona parte dei protagonisti giunti in un’età che non fa supporre purtroppo un cammino altrettanto durevole; ecco che la delusione, a mio parere, aumenta in maniera esponenziale.

Nessuno ed io per primo si attende ancora un Fragile o un Close To the Edge ma da qui ad arrivare a questo livello ci sarebbero stati molti stadi intermedi.

Subway Walls Light of the Ages sono a mio avviso i passaggi migliori; la prima (a firma Davison– Downes) è in realtà il brano conclusivo nonché più lungo dell’album, nove minuti di durata. Qui sopratutto si riescono a cogliere nettamente alcuni bagliori tipici della band, non legati comunque alla prima fase della discografia. Il tastierista mi stupisce in questo caso con un accurato lavoro nell’arrangiamento, Chris Squire torna a fare ruggire da par suo il Rickenbacker, belle e corpose le linee vocali, Alan White veleggia sicuro pur senza strafare e in ultimo Steve Howe da finalmente segnali più concreti e inequivocabili della sua presenza. Se lo standard generale fosse stato questo staremmo parlando di un altro album.

Light of the Ages (autore il solo Davison) offre anch’essa buoni momenti; dopo una lunga introduzione strumentale con tanta chitarra in evidenza, il nuovo singer entra in scena con buona personalità. Bene ancora Geoff Downes a ricamare con il piano in sottofondo, il basso autorevolmente presente, uno Steve Howe di nuovo all’altezza nel segmento conclusivo.

Poi una coppia di pezzi pieni di buone intenzioni anche se non elaborate al meglio (sto procedendo in ordine sparso): l’introduttiva Believe Again,autori Davison e Howe, unisce alcuni tasselli tipici del suono della band con la tendenza più pop della decade ’80. Ripeto, al bando i preconcetti, questo Jon è comunque degno successore dell’originale e la prova offerta al PalaGeox di Padova lo ha confermato; i suoni in questo frangente non sono travolgenti, la trama non è il massimo dell’originalità ma, a conti fatti, ci si può stare.

To Ascend, aperta da un bell’arpeggio di Howe cui risponde il basso, scorre sicura e gradevole sino al refrain dove prende un pò a zoppicare ma, di nuovo, globalmente è una ballad piacevole che conserva qualche lontano lampo del tempo che fu.

Sul resto purtroppo è meglio stendere un velo pietoso; tra passaggi scontati e monotoni nonostante qualche isolato acuto (The Game), pseudo marcette imbarazzanti (Step Beyond), episodi vagamente ammiccanti e banali (In a World of Our Own) e canzoncine per l’estate (It Was All We Knew).

Talvolta può anche essere doloroso ammetterlo ma onestà lo impone e dunque confermo quanto anticipato: Heaven & Earth è un disco molto deludente, fiacco, spento. Squire, Howe e White si limitano all’ordinaria amministrazione, tanto mestiere ma poco entusiasmo e gli episodi di rilievo si sentono con il contagocce. La costruzione dei brani non è nemmeno lontana parente della cifra stilistica di un tempo ma neppure ad un livello accettabile da parte di un gruppo di questa storia.

Unica nota positiva a mio parere, ripeto, la prestazione vocale di Jon Davison che però, evidentemente, non è bastata. A questo punto, personalmente almeno, viene da porsi mille domande, relative sopratutto al futuro; forse per il momento è meglio fermarsi qui e cercare di superare la delusione.

Max

commenti
  1. ShockAce scrive:

    Insomma… Si trascinano avanti come i cugini ASIA…

  2. Max scrive:

    Meno male che, più volte intervistati a fine registrazioni di Heaven & Earth, hanno tenuto a specificare che nel lotto avevano composto…parole loro…”un gran pezzo Prog” di oltre 15 minuti, ma che per ragioni di tempo non hanno potuto inserire. Era ovviamente chiedere troppo inserire il gran pezzo prog e depennare Step Beyond, The Game e It was all we knew…avrei dovuto prendere molto meno malox dopo averlo ascoltato… .

  3. massimo scrive:

    Concordo pienamente con la recensione……..questo disco di Prog non ha proprpio nulla. inoltre direi più vicino a una composizione pop che rock…..Detto questo la mia ammirazione e la mia stima per questo immenso gruppo storico non cambia minimamente.
    Spero solo si tratti di un incidente di percorso….

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