frontFermi ormai da qualche anno i No-Man, alcune ospitate di lusso disseminate nel tempo (ottime quelle con Giancarlo Erra dei Nosound), ci sono voluti però dieci anni prima che Tim Bowness desse alle stampe il secondo album solista, disponibile adesso con il titolo di Abandoned Dancehall Dreams.

Inside Out si incarica di pubblicare il nuovo lavoro che trova il cantante inglese alle prese con uno staff di prim’ordine: mixato dall’amico e collega Steven Wilson, vede all’opera tutta la formazione (live) dei No-Man rinforzata dalle presenze di Pat MastelottoColin Edwin Anna Phoebe (violinista della Trans-Siberian Orchestra), senza dimenticare il contributo importante fornito per gli arrangiamenti degli archi dal compositore classico Andrew Keeling.

Una lunga attesa che però ripaga con gli interessi all’ascolto, sopratutto tutti coloro i quali amano in modo particolare i colori e le atmosfere art rock e/o post rock.Abandoned Dancehall Dreams infatti vive le stesse tensioni, i medesimi e sofisticati paesaggi sonori che hanno fatto le fortune dei No-Man e francamente posso dire che per certi versi sia quasi una sorta di appendice alla loro discografia, tanto vi si accosta con naturalezza. Possibile che gli innumerevoli impegni di Steven Wilson ne abbiano in questo caso limitato il raggio di azione e impedito una partecipazione a tutto tondo ma di certo, ripeto, non avrebbe sfigurato come loro nuovo lavoro.

Esaurita questa considerazione, necessaria ad inquadrare l’album, devo aggiungere che poco più di 40 minuti scorrono rapidi, piacevoli; è al solito musica per immagini, Tim Bowness ha una sua visione (ben chiara) e riesce a trasmetterla in modo immediato e nitido, coinvolgente.

Questo è uno dei  moderni filoni new prog più tipicamente inglese e devo dire che ad ogni ascolto rimane sempre questa sensazione di peculiare, di particolare; non fa eccezione alcuna Abandoned Dancehall Dreams che anzi, in alcuni momenti più intimi e rarefatti, rimanda addirittura ad un lontano (e precursore) David Sylvian.

La qualità dei suoni e dei musicisti, il sapiente e calibrato lavoro in regia, emergono progressivamente e ogni traccia svela piccoli dettagli man mano che un ascolto segue il precedente.

L’avvio è col botto nel senso che The Warm-Up Man Forever è forse il pezzo più anomalo per lo stile di Tim Bowness; molto dinamico, introdotto da un ritmo quasi tribale imposto dal drumming di Pat Mastelotto, il brano per certi versi rimanda al Peter Gabriel di tanto tempo fa.

Da qui, come in una seconda partenza, ci si può immergere di nuovo nelle sonorità apprezzate da tempo con i No-Man; una galleria di immagini ed emozioni prende il via dolcemente con Smiler at 50, malinconia ed intimità vengono sottolineate dalle tastiere e dalla voce suadente del cantante, a fronte di un ritmo lento e cadenzato. Come una lenta ed inesorabile caduta la musica avviluppa letteralmente, una spirale morbida ed avvolgente sino al maestoso epilogo strumentale (molto Steven Wilson style).

Songs Of Distant Summers sin dai primi accordi di piano tradisce le proprie origini, impossibile sbagliare; fotogrammi che scorrono lentamente nella memoria, immagini in bianco e nero di tanto tempo prima rimaste però indelebili.

Un senso di maggiore apertura pervade Waterfoot, costruita più di altre in forma-canzone ma accurata, con un pregevole arrangiamento di archi a completamento; anche in un passaggio simile Bowness riesce a non essere banale e a fare sì che la musica, come si dice in gergo, “arrivi”.

Altro episodio cardine del disco è senza dubbio Dancing For You; c’è una linea, un filo invisibile che lega le tracce tra loro, andando a comporre una storia che la mente di ognuno è libera di interpretare a piacimento. Chitarra in gran spolvero, un tappeto di keyboards estremamente funzionale, il pathos tende ad aumentare una strofa dopo l’altra tra progressive ascese ed inevitabili planate. Bellissimo !

Suoni elettronici introducono la lieve Smiler At 52, ipnotica, aerea.

Un altro episodio centrale, I Fought Against The South, si snoda come una drammatica e tesa colonna sonora, resa quasi languida dalla robusta sezione di violini; l’epico crescendo finale sente della mano di S.Wilson.

Beaten Bye Love conclude l’album in modo radicalmente differente; sonorità distorte, un ritmo lento ed ipnotico, un brano di per sé apprezzabile ma che  a mio parere risulta come un corpo estraneo.

Il ritorno di Tim Bowness dunque va salutato e celebrato come assolutamente positivo. Abandoned Dancehall Dreams è un disco intenso, intimo, curato nei dettagli che non potrà che conquistare gli amanti di certe atmosfere. Da non perdere.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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