frontDa sempre gli scozzesi Abel Ganz hanno fatto della particolarità il loro vessillo e, seppure con alterne fortune, hanno mantenuto fedelmente negli anni questa caratteristica.

I loro album (pochi per la verità) non hanno mai raggiunto picchi di popolarità o gradimento stellari ma di certo non si possono definire anonimi: possono piacere o al contrario deludere profondamente però non sono mai stati banali.

La storia stessa della band è piuttosto atipica se si pensa che dal debutto (1984) tra cambi di formazione, scioglimenti e reunion il gruppo di Glasgow ha pubblicato solo sei album, contando anche l’ultimo (eponimo) pubblicato in questi giorni.

Il penultimo capitolo, Shooting Albatross, era uscito già sei anni fa, secondo la tempistica del gruppo e si era rivelato probabilmente il lavoro migliore e più coeso; quattro lunghi brani tra i quali una suite imponente avevano lasciato il segno.Questa volta si cambia, tornando ad una scaletta più lunga, formata da dieci pezzi; tra questi una suite frazionata in cinque parti. Quello che fu il gruppo di Alan Reed ha mutato nuovamente volto riducendo la formazione a cinque elementi e con un nuovo turn over.

Stuart “Mick” Macfarlane (voce e chitarre), Denis Smith (batteria), Stevie Donnelly (basso) e Davie Mitchell (chitarre) sono adesso accompagnati dal nuovo arrivato Stephen Lightbody (tastiere) ma sul disco compare anche Jack Webb. D’intorno un nugolo di collaboratori addizionali.

Abel Ganz è un disco pieno di sfaccettature, con incisi jazzy/fusion, prog -folk, talvolta pop e immancabili arazzi neo prog; come si vede l’ispirazione proviene da ambienti e origini musicali molto diverse e questo a tratti rende il disco meno organico. L’ ascolto lascia sufficientemente soddisfatti anche se, nel complesso, si tratta di un passo indietro rispetto al precedente.

Un breve e nostalgico preludio strumentale (Delusions of Grandeur) abbellito da oboe, viola e violino precede l’arrivo della suite intitolata Obsolence; in un trionfo di chitarre acustiche a 6 e 12 corde si apre la prima parte (Sunrise). Il secondo frammento. Evening, si presenta in forma di ballad con richiami vagamente folk, le sonorità si mantengono in buona parte acustiche fino all’ingresso di una pedal steel. Close Your Eyes (terza frazione) vede la band spostarsi su sonorità elettriche, basso e batteria finalmente guadagnano in dinamismo e la musica prende quota anche grazie ad un ottimo inserto delle tastiere. Il suono di un flauto ed una 12 corde introducono splendidamente The Dream (quarto segmento), un’atmosfera romantica che può ricordare i primi Genesis ed un epilogo solenne affidato alle note di un organo prima e di un synth poi suonati da Stephen Lightbody. Il vecchio e buon Hammond e una chitarra per Dawn, eccellente conclusione strumentale di questo lungo brano che è in qualche maniera il cuore dell’album.

Poi un gruppo di pezzi di varia natura, ognuno con un’anima diversa: si va da Spring, conciso passaggio solista all’acustica di Mick Macfarlane Recuerdos in cui una sezione di ottoni accompagna lo stesso cantante e chitarrista in un passaggio notturno.

Uno strumentale per tastiere e suoni elettronici con richiami etnici (Heartland), un altro pezzo senza voci con belle linee di fretless bass (End of Rain), un momento country che ritengo inspiegabile e davvero scarso (Thank You).

Un ulteriore breve solo acustico di Mick Macfarlane (A Portion of Noodles) apre la strada ad Unconditional, altro episodio di una durata importante, quattordici minuti. Qui i Abel Ganz ritrovano un andamento corale come band, allargano lo spettro sonoro a diversi fiati e colorano con venature jazzy di piano e chitarra il sound. Sax e tromba spingono verso lidi fusion prima di un solo travolgente della chitarra;  un pezzo alla fine piuttosto sui generis, articolato ma comunque interessante.

The Drowning fa lentamente calare il sipario: aperta e condotta essenzialmente da una nutrita sezione di ottoni, vede il solo cantante (unico membro della band) impegnato al microfono.

Strano effetto quello provocato dall’ultimo lavoro della band scozzese. Abel Ganz è un disco di difficile inquadramento, non è facile da catalogare e tanto meno da valutare. Per essere apprezzato sino in fondo credo necessiti di più ascolti continuativi perché tende a svariare un pò in eccesso. Sicuramente non annoia, per contro forse manca di maggiore omogeneità.

Max

 

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