frontUna segnalazione, non una vera e propria recensione, un breve commento indirizzato a sottolineare l’uscita del diciassettesimo e nuovo album dei Judas Priest dal titolo Redeemer of Souls

Non potevo fare a meno di evidenziare l’uscita in questione perché comunque la si pensi ci troviamo di fronte ad una delle leggende di tutto l’ heavy metal, ad una delle voci che ne hanno fatto la storia (Rob Halford), ad una serie di album pubblicati (sino a Painkiller) che hanno elevato la band di Birmingham ai vertici del movimento.

Niente e nessuno è eterno a questo mondo, il tempo e gli anni passano, le mode cambiano, le voci perdono potenza, le idee possono diventare ripetitive e venire a mancare di originalità; l’ardore ed il sacro fuoco degli anni ruggenti (e della gioventù) fatalmente si stemperano e dunque si innesca inevitabilmente un processo di declino, lento o rapido a secondo delle circostanze e delle band.

Non sono ovviamente rimasti immuni da tutto questo neppure i Judas che si ripresentano a sei anni di distanza dal doppio concept Nostradamus, probabilmente il disco più discusso e bistrattato della loro gloriosa carriera. Tornano ma, tra le altre cose, privi di un pezzo da novanta: K. K. Downing infatti ha gettato la spugna ed il gruppo ha perso così non solo un grande macinatore di riff ma una delle menti compositive.

Un addio controverso, doloroso, che sicuramente ha aperto una falla importante nei meccanismi del quintetto. A Richie Faulkner il delicato compito di raccoglierne il testimone.

Dunque, al di la dello specifico del quale comunque qualcosa dirò, è chiaro che in una situazione simile, oggettivamente non si possa chiedere e pretendere più di tanto. I nostri eroi oramai veleggiano abbondantemente sopra i 60 anni, Scott Travis ed il nuovo arrivato esclusi; le corde vocali di Halford, ampiamente usurate, non possono più regalare quei graffi e quella cattiveria dei tempi che furono. Il song writing di una band attiva da 40 anni perde inevitabilmente smalto e dunque cosa rimane ?

Tanto mestiere, la capacità di tenere desta comunque l’attenzione e non molto altro; questo lo scrivo, è bene essere chiari, senza minimamente fare raffronti inutili con un passato lontanissimo. British Steel, Screaming for Vengeance, Defenders Of the Faith, Painkiller …sono lavori che appartengono ad un’altra generazione, irripetibili e per queste ragioni vanno tenuti cari ma lasciati idealmente nella teca della memoria, nel senso che qualsiasi lavoro attuale dei JP non potrà più essere allo stesso livello.

Al solito, come raccomando, bisogna cercare di accostarsi a Redeemer of Souls provando a mettere in soffitta i ricordi. Detto delle comprensibili mancanze del gruppo è netta la percezione di una musica che oramai appartiene ad un’epoca passata; il metal da allora si è molto evoluto, più volte ed in più direzioni, cosicché il sound del quintetto oggi risulta datato.

Da un punto di vista esecutivo Faulkner assolve bene il compito, fornendo pure un robusto contributo alla stesura dei brani insieme al singer e all’eterno chitarrista Glenn Tipton; l’album nel complesso non incanta, non conquista ma comunque si fa ascoltare, pur scontando una certa ripetitività e pagando forse una durata eccessiva.

Ben 13 pezzi in scaletta che, abbandonate le sperimentazioni di Nostradamus, tentano di riappropriarsi del sound originario con qualche rara eccezione; l’iniziale Dragonaut, le vagamente sabbathiane March Of The Damned Hell & Back, la cupa CrossfireSecrets Of The Dead aperta da un suono di campane, la “sparata” Battle Cry e la ballad conclusiva Beginning Of The End sono a mio avviso i momenti migliori, buone e godibili tracce che pur mancando della proverbiale zampata suonano ancora interessanti.

Qualche altro passaggio discreto anche se prevedibile come Halls Of ValhallaSword Of DamoclesDown In Flames Cold Blooded. Un paio di episodi piuttosto fiacchi (Metalizer e la title track) completano il programma.

Per mia abitudine non assegno mai voti o punteggi, non mi piace; ad ogni modo voglio dire che trovo Redeemer of Souls nel complesso ampiamente sufficiente ma al tempo stesso poco trascinante. Alla luce di quanto esposto sopra probabilmente è giusto così, va bene così, sarebbe illogico pretendere di più nel 2014 dai Judas Priest.

Max

 

 

e

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