frontPer intraprendere cambiamenti radicali ci vogliono idee chiare, un progetto ben definito e, sopratutto quando si è considerati tra le band più influenti dell’intero panorama , ci vuole molto coraggio. Ecco, proprio questo non fa difetto a Mikael Åkerfeldt e agli Opeth, i quali tre anni fa con Heritage avevano impresso una brusca svolta al proprio sound.

Di li bisogna assolutamente ripartire perché, nonostante le dichiarazioni forti e quasi estreme del band leader, pochi credo avrebbero avuto il fegato di rimescolare le carte così in profondità; sarebbe stato molto più semplice (e forse redditizio) continuare a veleggiare sul “placido” mare del prog death metal, raccogliendo meritate lodi, attestazioni, consensi ed un prestigio sempre crescente, ormai divenuto universale.

Il cantante e chitarrista svedese ha optato diversamente, scontrandosi con il sentire dei fans più accaniti e suscitando al tempo stesso la curiosità tra gli appassionati del progressive e del prog metal.

Non credo sia in animo di Åkerfeldt il volere rinnegare la storia della band ed il suo passato, penso che più realisticamente abbia ritenuto chiuso un ciclo musicale cui sentiva di non potere più infondere nuova linfa e per questo motivo ritengo gli vada tributato il massimo rispetto. Questa, a grandi linee, la situazione sino al post- Heritage.

La storia però va avanti, adesso c’è il presente che ha un nome preciso, Pale Communion. Se l’uscita precedente aveva avuto il potere di spiazzare completamente, questa non è da meno, per alcuni versi anzi si spinge oltre lasciando assolutamente costernati al primo ascolto. Non solo è scomparso totalmente il growl, non solo i brani non prevedono più niente o quasi di ciò che fu ma dopo (e oltre) le cadenze progressive di Heritage ci sono particolari commistioni di ritmi, qualche lieve pennellata hard rock, richiami ad atmosfere quasi  floydiane, accenti fusion.

Il nuovo lavoro, undicesimo della serie, sposta ancora più avanti i confini musicali degli Opeth rivalutando (spero) anche agli occhi di coloro che avevano storto il naso, il lavoro di tre anni fa. Già, perché mai come in questo caso Pale Communion è un album da capire, da fare proprio lentamente, ha bisogno di ascolti e tempo per essere metabolizzato e questo perché sino al termine regala sorprese.

Personalmente mi auguro che non ci sia più la necessità di effettuare paragoni con album del passato, oramai la strada intrapresa è un’altra e invito anche i più intransigenti e ostici ad abbandonare i preconcetti. Pale Communion è un buon lavoro ma si svela con pazienza, non ha l’immediatezza ed i riferimenti di un tempo, ora le coordinate sono cambiate; il limite se mai risiede in uno zampillare continuo di input tra loro diversi, di spunti di natura differente che pur bene assemblati rendono faticosa un’acquisizione all’istante.

La presenza di Steven Wilson in fase di mixing porta con sé inevitabilmente qualcosa ed ormai la collaborazione tra i due è divenuta una solida intesa; a completare le novità Joakim Svalberg è subentrato a tempo pieno come tastierista.

Otto tracce in programma per poco meno di un’ora di notevole intensità.Si parte con Eternal Rains Will Come; una concitata introduzione sfuma con l’ingresso di piano e tastiere, poi un ricamo “clean” della chitarra prelude ad una seconda ripartenza sulla quale si innesta la voce di Åkerfeldt. La linea melodica, cambi di ritmo, un breve ma incisivo solo di chitarra, echi quasi orientaleggianti in conclusione ed un mellotron a chiudere. Pezzo molto caratterizzato.

Da questo punto di vista Cusp of Eternity non è da meno anche se viaggia su una rotta completamente diversa. Incipit ritmatissimo, molto serrato sul quale si inserisce subito il cantato; un coro piuttosto inusuale funge da ponte per la ripresa del tema, Axenrot Martin Mendez viaggiano martellando all’unisono sino ad un primo vero break guidato da chitarre e tastiere. Senza un attimo di tregua il ritmo procede serrato ad incorniciare un ottimo solo di chitarra; il ritmo si spezza, cambia furiosamente mentre ritorna il coro precedente.

Il passaggio più “Opeth” e più lungo del lotto è rappresentato da Moon Above, Sun Below. Un andamento quasi ipnotico, avvolgente, si scioglie in un arpeggio nostalgico, tipico della band; la voce di Mikael scava nella memoria facendo riaffiorare quei paesaggi cui eravamo abituati, lacerati da improvvise accelerazioni guidate dalla chitarra. Parti morbide, quasi acustiche, si alternano ad altre cupe e improvvise, inesorabili. Un continuo gioco di specchi, luce ed oscurità, picchi e baratri, nel quale inevitabilmente si viene coinvolti e ci si perde.

Uno dei momenti che più mi hanno preso è Elysian Woes; qui il raccordo con Heritage viene facile, quasi automatico. Un’atmosfera lieve, sottile, molto evocativa pervade il brano dalla prima nota all’ultima, un quadretto di notevole spessore dove l’immaginazione corre a dismisura, sopratutto dopo l’ingresso del mellotron e di li sino al termine.

Con Goblin  la trama si infittisce, le tinte musicali tornano a farsi più composite, notevole l’anima fusion espressa da questo fitto passaggio strumentale. A mio ricordo una delle cose più inusuali ed innovative suonate dagli Opeth.

Le sorprese non finiscono qua, infatti basta accostarsi alla parte iniziale di River per rimanere basiti; un’introduzione fatta da un lungo arpeggio e la voce del singer, una eco lontana quasi west coast, amplificata dal coro successivo. Successivamente viene il turno dell’elettrica con una sezione solo quasi rock blues, ad anticipare una pausa; le sezioni cantate assumono un valore ben definito prima che la traccia evolva verso una deriva molto più tirata ed aggressiva con un segmento strumentale composto da sonorità abbastanza atipiche per il gruppo. Ancora il mellotron a suggellare un gran finale per il brano forse più composito e difficile da catalogare.

Uno dei migliori episodi, Voice Of Treason. Come per magia si vanno ora a lambire sponde trip hop, il ritmo si fa circolare, una spirale ipnotica vivificata da interessanti inserimenti delle tastiere. Poi, improvvisa, un’apertura graffiante nel più puro stile del quintetto muta il paesaggio musicale che in seguito si ritrae su se stesso; una sorta di ping pong tra i due scenari prende il via in un’altalena perenne, inesorabile. La parte conclusiva si svolge in crescendo fino ad una esplosione simultanea della voce di Åkerfeldt e della band, esaurita la quale cala la quiete.

Come spesso accade il pezzo forte giunge proprio sul filo di lana ed ecco le prime lente e malinconiche note di Faith In Others, a mio avviso vero biglietto da visita del disco. E’ qui che compaiono riverberi lontani di Pink Floyd e primi King Crimson, intrisi della profondità e dei silenzi del grande Nord. Gli Opeth riescono a sfoderare una magistrale interpretazione unendo antichi echi alla loro proverbiale capacità di dipingere affreschi di una malinconia disarmante.

Un capolavoro ? No. Un ottimo album ? Sì, decisamente, a patto di dargli il tempo per raccontarsi, lentamente e senza fretta. Un disco da gustare poco a poco, che supera i territori raggiunti da Heritage per espandersi ancora di più. Sicuramente anche Pale Communion farà molto parlare, discutere e dibattere; personalmente lo vedo già proiettato tra le migliori uscite di questo anno.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...