frontTerzo squillo per gli australiani Anubis che tornano in scena a tre anni di distanza dall’interessante A Tower Of Silence.

Il neo prog proposto dalla band del chitarrista Dean Bennison si è arricchito di qualche sfumatura più oscura, le trame sono se mai andate facendosi ancor più fitte ma l’imprinting di base rimane quello dei due capitoli precedenti.

I riferimenti ad ogni modo permangono quelli consueti (direi IQ e Pink Floyd su tutti) e l’impasto sonoro pienamente immerso nel genere; la band ha aggiunto un pizzico di personalità con un risultato assolutamente gradevole.

Line up modificata nel frattempo, con l’ingresso del nuovo bassista Anthony Stewart che però ha preso parte solo alle ultime sessioni di incisione dell’album; la quasi totalità dei brani infatti vede al basso Robert Moulding.

Line up pure allargata, i membri del gruppo ora sono diventati ben sette con l’innesto di Martyn Cook (sax, flauto e tromba); anche grazie a questo è possibile notare come gli arrangiamenti si siano resi più complessi ed arricchiti.

Diversa inoltre la costruzione e la concezione del lavoro: se i primi due episodi infatti erano dei concept a tutti gli effetti, Hitchhiking to Byzantium si propone come una raccolta di brani indipendenti. Tuttavia rimane una piacevole sensazione di legame tra ognuno, singoli e personali tasselli che in qualche modo però si vanno a lambire per comporre un quadro d’insieme.

Fin dal primo ascolto ho percepito  ripetuti richiami alla band di Peter Nicholls corroborati da una chitarra scintillante ed evocativa come sa essere quella di David Gilmour; man mano che i brani si susseguono la sensazione si fa sempre più netta, piacevole, coinvolgente.

Una partenza morbida (Fadeout), placida e quasi eterea, fa da introduzione al primo vero passaggio (A King with no Crown) dove la voce di Robert Moulding ed i paesaggi sonori descritti rimandano subito agli IQ. Un possente solo del moog (David Eaton) colora la tela di tinte vintage.

Due solo delle chitarre di Douglas Skene e di Dean Bennison caratterizzano l’arrembante Dead Trees in cui il batterista Steven Eaton si avvale anche dell’uso di drum loop. La tensione musicale comincia a crescere, chitarra e tastiere squarciano letteralmente la scena.

Il primo brano “importante” è ancora una volta la title track, poco meno di dieci minuti serrati nei quali esce fuori prepotentemente il carattere e l’attitudine della band. Sono di nuovo le tastiere e le due chitarre a regalare spunti emozionanti, in parte se si vuole prevedibili ma davvero carichi di pathos. A questo proposito non va sottovalutato il contributo di tre coriste, molto efficaci; si affaccia così anche un netto sentore floydiano, musica aerea, tappeti massivi di organo e synth ed una outro della chitarra che lascia il segno.

Blood is Thicker than Common Sense sposta totalmente il tiro: estremamente dinamica grazie al basso di Moulding, pesca a mio parere in acque più crossover e recenti, almeno per la prima parte. Un solo travolgente di organo conduce poi ad un finale maestoso.

Avvio acustico per Tightening of the Screws tra suoni di dodici corde e poi di un mandolino ad accompagnare la voce del cantante; atmosfera in lento crescendo, progressivo, per un brano che corre via piacevole sino ad un intermezzo creato da un tappeto di keyboards seguito da un bel solo della chitarra di Douglas Skene.

Quadro sonoro molto diverso invece per la successiva Partitionists che si introduce su coordinate vagamente floydiane. Un lampo, una saetta improvvisa, la band entra in azione con un repentino cambio di tempo e di qui prende il via il passaggio probabilmente più complesso da un punto di vista ritmico. Seconda sezione contrassegnata da un massiccio intervento della chitarra e da un ampio utilizzo di mellotron e organo.

Rintocchi di campane, suoni di un armonium; Crimson Stained Romance si srotola lentamente, molto cadenzata, largo uso di cori ed il “consueto” gioco tra le due chitarre, cui spetta un solo ognuna. Tra di essi un solenne intervento di un organo da chiesa, una ballad molto intensa.

Giunge quindi il momento della suite con i sedici minuti di A Room with a View. Il pezzo è strutturato in sette segmenti e rappresenta il piatto forte del lavoro. Un avvio immaginifico, vagamente in stile Porcupine Tree lascia presto spazio ad una calda frazione strumentale inaugurata dal suono di una slide guitar. Una terza e quarta parte (cantate) che definirei di attesa precedono un nuovo strumentale guidato dalla chitarra e dal flauto in successione. Sesto e penultimo movimento che vede una netta accelerazione del drumming e, a chiudere, la chitarra si lancia in un finale scoppiettante.

Proprio il finale riserva un colpo da maestro. Silent Wandering Ghosts infatti completa la scaletta come meglio non avrebbe potuto. Forse il brano più pregnante e intenso, un ritratto dai colori e dalle sfumature che meglio di altri racchiudono le principali ispirazioni della band, reinterpretate in modo personale. Il piano nella prima malinconica sezione ed un solo di Dean Bennison (di stampo gilmouriano) nella seconda rimandano ad antiche e  lontane emozioni.

Se la title track del lavoro precedente aveva regalato brividi a ripetizione, posso affermare che i fans del genere anche stavolta non rimarranno delusi. Gli Anubis estraggono dal cilindro una prova convincente, determinata, pur se fermamente collocata nel genere. Se è difficile dunque inventare o creare qualcosa di realmente nuovo o rilevante, riuscire ad esprimersi al meglio (anche se in un perimetro prestabilito) non è comunque cosa da poco. Unico neo, a mio avviso, una durata forse eccessiva (un’ora e un quarto circa).

Da ascoltare sicuramente.

Max

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