Amplifier Mystoria 2014

Pubblicato: settembre 11, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontRiecco Sel Balamir ed i suoi Amplifier tornare all’attacco con il nuovo album, il frizzante Mystoria. Ci eravamo lasciati poco meno di due anni fa sulle promettenti note di Matmos The Wheel, brani contenuti in Echo Street, l’album che forse più di altri è riuscito a portare all’attenzione generale il quartetto di Manchester.

Un EP ed un successivo live registrato a Barcellona hanno in qualche modo certificato l’ascesa di questa band, fedele interprete di sonorità psychedelic-space rock riviste naturalmente in chiave attuale e moderna.

Rispetto al lavoro precedente si nota una maggiore coesione, un avanzare deciso e compatto del disco traccia dopo traccia, a differenza di Echo Street che pur regalando momenti molto interessanti a mio avviso si presentava un pò discontinuo e altalenante; in particolare mancava del guizzo decisivo che forse invece, a ben guardare, è presente in Mystoria.

Dieci pezzi ben costruiti, perfettamente incanalati nel genere, che credo possano solleticare la curiosità di molti.Se i Crippled Black Phoenix amano viaggiare anche su distanze lunghe, gli Amplifier prediligono invece una maggiore sintesi, arrivando ad amalgamare tra loro brani quasi in forma canzone; uno stile diverso, un differente modo di interpretare e declinare un genere. Una sintesi, come dicevo, che si riflette pure nella durata complessiva (45 minuti circa), ben al di sotto degli standard usuali del gruppo.

Con una formazione rimasta immutata (Sel Balamir chitarra e voce, l’ex Oceansize Steve Durose chitarra e voce, Matt Brobin batteria e Alex “Magnum” basso), tocca al volo di un tappeto magico (Magic Carpet) aprire le danze; partenza dai toni cupi e minacciosi che lascia presto libero sfogo alle due chitarre mentre la ritmica, implacabile, mena fendenti pesanti. Ottimo inizio strumentale.

Black Rainbow è uno dei migliori episodi a mio parere, un veloce frammento nel quale la band riesce davvero a tirare fuori i muscoli regalando un bel momento di rock psichedelico, con una seconda parte realmente al calor bianco. Buoni anche gli inserti vocali di Balamir Durose, trascinante l’epilogo affidato alle chitarre.

Named After Rocky parte dura e affilata come una lama; qualche lontana eco folk spezza la trama iniziale, si prosegue in questa sorta di altalena che nei momenti più lenti e cadenzati mi ricorda (molto alla lontana) i Traffic e poi…è il momento della follia, affidata come di consueto alle chitarre impegnate in brevi solo fulminanti, cariche di effetti.

Cat’s Cradle si presenta con un inizio brit-pop, quasi disimpegnato; svolgimento piuttosto anomalo rispetto al resto del programma ma se si va a vedere bene si possono trovare anche lontani ed esili riverberi dei Pink Floyd prima maniera, sopratutto nella parte conclusiva.

Allo stesso modo la seguente Bride può spiazzare un pò, sicuramente risulta la traccia più”normale” di quelle contenute nel Cd. Una melodia apparentemente semplice, una costruzione piuttosto ridotta, un richiamo più vicino ad Echo Street.

Con Open Up prende il via la parte più sostanziosa e nodale dell’album; suoni cupi, distorti, l’anima e l’essenza di Amplifier si svelano interamente in questo e nei passaggi a seguire, i più intensi. Una psichedelia oscura, particolare, come si può ravvisare pure nella successiva OMG; di nuovo si fanno presenti i richiami al suono dei primi Floyd  e non potrebbe essere diversamente ma è evidente come da allora siano cambiati i suoni e, aggiungo, anche alcuni “colori” che compongono la tela.

Breve ma interessante anche The Meaning of If, ridotto ma tirato passaggio, denso come lava. In conclusione poi due pezzi che rappresentano l’ombra e la luce, l’oscurità ed il giorno: il primo è intitolato Crystal Mountain, un pezzo labirintico, ipnotico. L’altro, che in un certo modo ne è il contraltare, è intitolato invece Crystal Anthem.

Volendo trovare una dimensione più definita e compatta gli Amplifier con Mystoria riescono nell’intento, elevando e migliorando a mio parere la qualità del sound. Anche il fatto di non avere indugiato eccessivamente nei pezzi, preferendo dare loro un taglio più contenuto, ha giovato alla fruibilità dell’ ascolto, sopratutto a fronte del genere abbastanza particolare. Bene così.

Max

 

 

 

 

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