frontAnche se siamo solo alla metà di settembre mi sbilancio in un pronostico che vede City Of The Sun, album di esordio dei Seven Impale come uno dei più seri contendenti alla palma di migliore uscita dell’anno tra le band emergenti.

Non solo, ma lo raccomando caldamente a tutti quegli appassionati sempre alla ricerca di nuove soluzioni e sonorità in ambito progressive; il gruppo norvegese riesce magicamente a fondere tra loro importanti richiami di Soft MachineKing Crimson Van Der Graaf Generator, portando a termine un sorprendente mash up cui aggiungono un impronta fresca ed attuale, la loro.

Nelle loro vene scorrono rock-jazz, una fusion moderna, i frammenti psichedelici più spigolosi di crimson e del “generatore”, certa esasperazione ed istintualità dei softs; impossibile catalogarli con precisione, troppi gli spunti e le derive, trovo non siano esattamente collocabili, un pò come accade (anche se per soluzioni diverse) con gli svedesi Änglagård.La Norvegia da molti anni è terra prodiga di band importanti ma questa volta la sorpresa a mio parere va oltre le più lecite attese. La mia attenzione su di loro è stata catturata da una intervista rilasciata dagli ottimi Airbag, cui i Seven Impale hanno recentemente fatto da supporto in alcune date: raramente ho sentito membri di una band già (abbastanza) affermata esprimersi con tale sincero entusiasmo verso dei giovani colleghi.

Di fatto poi ho scoperto che il sestetto di Bergen ha al proprio attivo l’uscita di un EP nel 2013 (Begining/Relieve) e, solo in questi giorni, la label Karisma Records ha pubblicato il loro debutto in studio.

Stian Økland (voce e chitarra) è l’anima e fondatore della band, cui si sono aggiunti Fredrik Mekki Widerøe (batteria) ed il fratello minore Benjamin al sax, Tormod Fosso al basso, Erlend Vottvik Olsen (chitarra) e Håkon Vinje (tastiere).

City Of The Sun raccoglie soltanto cinque brani, due dei quali piuttosto lunghi; trame intricate, stratificate, spiraliche, che si sovrappongono e si succedono vorticosamente, senza dare tregua e lasciando poco tempo all’ascoltatore per essere metabolizzate. E’ un album suonato in modo intenso e vibrante, giocato su estremizzazioni e paradossi cari a certo genere di progressive “colto” ma che, in linea generale, non si mostra così proibitivo da interiorizzare.

Certo, siamo lontani anni luce dai tappeti di tastiere e dai suoni liquidi di chitarre cari al prog sinfonico; qui si avvertono una ricerca ed una preparazione importanti perché, anche volendo rimanere solo ai maestri citati, metterli insieme non è cosa di poco conto.

Basta lasciare cominciare i primi accordi di Oh, My Gravity! e la mente vola ad una stagione lontana, al sax anarchico di Elton Dean; controtempi inauditi, un fitto dialogo tra i fiati e la marea montante di una ritmica inarrestabile, le parti piene delle chitarre e delle tastiere. Un brusco cambio di ritmo ad introdurre la voce di Okland e questa volta sono accenti ed impennate crimsoniane ad emergere prepotentemente. Ancora uno spostamento improvviso, un ingresso corale della band su direttrici psichedeliche ed il sax di Benjamin Mekki Widerøe questa volta va a cercare furiosi bagliori sprigionati dalle ance di Dave Jackson.  Suono pastoso, pieno, intrigante, portato a ricercare il limite con una naturalezza sconvolgente per degli interpreti così giovani. Hammond che diventa protagonista nel finale mentre d’intorno…infuria la battaglia.

Windshears parte invece con passo felpato, morbida seppure inquieta; uno stop, entra il fender rhodes con basso e batteria, poi il sax su di un registro torrido. Note pulite in libertà di una chitarra, siamo atterrati nel grande oceano della fusion; ben presto però di nuovo uno strappo, potente e lacerante, con la forza d’urto di King Crimson V.D.G.G. So di ripetermi ma è incredibile come questo gruppo riesca a maneggiare questa materia (non proprio da tutti) con questi risultati. Un finale epico che va a ritrovare riverberi canterburyani chiude il cerchio.

La faretra dei norvegesi è ancora carica di frecce, proprio nel mezzo però troviamo l’episodio più ostico, spigoloso ed angolare del lotto, cioè Eschaton Horo. Qui la faccenda si complica e seguire le traiettorie proposte dai Seven Impale diventa arduo, il pezzo richiede massima attenzione e dedizione. Il gioco delle sovrapposizioni, dell’avanzamento verticale per strati in questo caso si sublima; ad una parte introduttiva relativamente melodica, di attesa, fa seguito un secondo segmento dall’incipit scoppiettante, quasi brutale. Emergono in questa fase pure richiami a band attuali, penso ai Tool, variazioni da capogiro prendono alternativamente il sopravvento una sull’altra quasi che due o anche tre trame musicali indipendenti venissero eseguite in sincrono. Un finale più intimo, punteggiato da richiami jazzy, da modo finalmente di riprendere fiato.

Altro passaggio molto tirato, Extraction. Si sale ancora di ritmo, tastiere e sax ancora in primo piano. Il canto di Okland si fa ora disperato, ora accorato; accelerazioni improvvise ed incontenibili, repentini cambi di scenario, caratterizzano una traccia profonda e impregnata di molteplici umori musicali, attraversando più paesaggi sonori. Di certo con i Seven Impale non c’è tempo di annoiarsi !

Per concludere il brano più lungo in scaletta, poco meno di un quarto d’ora infatti per la bellissima God Left Us for a Black-Dressed Woman. Tanta atmosfera permeata dal suono dell’immancabile sax, chiari e scuri che scorrono rapidi come sequenze di una pellicola, decise e corali aperture; tutto questo sino all’ingresso dolente del cantante in un quadro che va a ritrovare (alla lontana) anche qualcosa degli Opeth più intimi oltre che dei “soliti” Van Der Graaf Generator. Una sezione centrale molto eterea, sospesa, lascia spazio ad uno svolgimento al limite del free nel quale tornano prepotentemente richiami ai Soft Machine ed ai King Crimson meno melodiciL’ultimo segmento vede un innalzarsi dei toni con un andamento epico sino al termine.

Seven ImpaleCity Of The Sun: niente altro da aggiungere, non fatevelo sfuggire !

Max

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...