frontProdotto dal chitarrista Karl Groom esce finalmente per Nuclear Blast For The Journey, nuovo (e decimo) album della band prog metal inglese Threshold, ad oggi una delle realtà più vivaci di genere.

Gli ottimi riscontri ottenuti due anni or sono con March of Progress sono stati da molti abbinati al rientro di Damian Wilson, voce “storica” della band ma, personalmente, credo non si tratti solo di questo; l’ora abbondante di musica contenuta offriva infatti molta sostanza, un gruppo con le armi affilate, indubbiamente incline ad un prog metal melodico e mai esasperato ma non per questo di seconda fascia.

Con la medesima line up il combo del Surrey ora si ripresenta per cercare un proseguimento del discorso intrapreso con il disco precedente, un sottile filo invisibile a testimoniare una nuova stagione per il sestetto. For The Journey è però molto più sintetico del predecessore, anch’esso contiene un lungo brano (la profonda The Box) ma in generale la durata dei brani è stata considerevolmente limitata.Parlo di nuova stagione per la band perché è ciò che si è andato delineando dopo la scomparsa di Andrew “Mac” McDermott; il ritorno di Damian Wilson ha segnato una vera e propria ripartenza, un maggiore spazio dedicato agli incastri vocali ed una naturale propensione alla ricerca di linee melodiche efficaci, da evidenziare poggiando su solide basi prog metal. In poche parole i Threshold rimangono vicini alle consuete sonorità, puntando su di un song writing oramai collaudato, proteso più verso il lato emozionale che non verso quello puramente tecnico.

Grandissimo lavoro delle due chitarre di Karl Groom Pete Morten (cresciuto molto), l’opera incessante delle tastiere di Richard West, il pulsare perenne e continuo del duo ritmico (Steve Anderson al basso e Johanne James alla batteria) e le innumerevoli soluzioni vocali proposte dallo stesso Wilson portano a compimento l’ennesimo ottimo album, poche band nello stesso ambito dispongono di un ruolino di marcia così costante.

Certo, forse è sin qui mancato loro il colpo da novanta, l’album con il quale spiccare il salto definitivo ma percepisco all’interno del gruppo come un’energia rinnovata, un nuovo entusiasmo, corroborato di certo dal confortante successo di March of Progress.

Venendo ora a For The Journey, il disco si compone di otto pezzi che sprigionano un senso di grande omogeneità pur se non sempre con lo stesso esito. Watchtower On The Moon è il brano di apertura, grintoso e tirato al punto giusto; gran ritmo, una linea melodica molto catchy per lo meno sino alla metà, quando un break poderoso delle chitarre innalza completamente mood e pathos del brano. Scelta azzeccata come singolo.

Già la traccia successiva, Unforgiven, sposta in alto il tiro; i toni si fanno più drammatici, tesi, la voce del cantante attraversa con sicurezza passaggi molto corali, quasi orchestrali ed altri più intimi, rimandando in qualche frangente ad alcune atmosfere vocali di marca Yes. Molto bello e riuscito l’alternarsi di situazioni diverse, con improvvisi stop semi acustici ad enfatizzare ancora di più il sound.

Il pezzo più lungo, The Box. si avvia lento, sulle note del piano e della voce alta di Damian Wilson; il consueto intervento delle chitarre e del duo ritmico inaugura improvvisamente una nuova sezione, variata e serrata con il basso di Steve Anderson in grande spolvero prima del ritornello, come al solito corale. Questo andamento si mantiene a grandi linee sino ad un primo intermezzo della chitarra di Karl Groom ed a uno successivo delle tastiere. Di qui riparte un solo della sei corde, dilatato e decisivo, che conduce all’epico segmento conclusivo.

Turned to Dust (secondo singolo) riparte in modo martellante, sulla scorta del primo pezzo; qui la melodia, le linee vocali, si fanno eccessivamente prevedibili, quasi fosse un passaggio radio-friendly e questo a mio parere rimane il tallone d’Achille della band inglese, capace di ben altre prestazioni. In realtà si alternano momenti più solidi ma alla resa dei conti mi pare uno degli episodi meno convincenti.

E’ il turno di una ballad e con essa giunge uno dei frammenti più alti ed intensi. Lost In Your Memory è in fin dei conti costruita in modo del tutto aderente a molti altri brani simili ma è indubbio che il meccanismo qui gira alla perfezione, con una splendida prova del singer ed una notevole resa emozionale. Niente di innovativo dunque ma gusto e qualità.

Altro passaggio un pò troppo “easy” (almeno nell’andamento melodico) è il seguente Autumn Red, sopratutto nella prima parte; proseguendo però il sound acquista spessore, migliorando.

Le cose cambiano parzialmente con The Mystery Show, un episodio a tratti dalle tinte scure, in forte contrasto con i refrain aperti e sparati da Damian Wilson. Sul fondo sono le tastiere ma sopratutto le chitarre a disegnare variazioni sul tema, quando accelerando e quando invece offrendo un andamento più compassato.

Provvidenziale, a questo punto, l’arrivo della conclusiva Siren Sky, un altro momento topico del disco. Un crescendo progressivo e costante, uno stop ed un solo entusiasmante di Groom conducono poi al termine, solenne.

Threshold fanno i…Threshold, nel senso che il nuovo lavoro rimane perfettamente in linea con i predecessori; la band oramai ha acquisito degli automatismi, delle certezze, un modo preciso di concepire un album e a tutto ciò For The Journey non fa eccezione. Buon lavoro ma perfettibile, almeno due-tre episodi davvero degni di rilievo ma pure anche qualche lieve cedimento. Comunque da ascoltare, sicuramente.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Alessandro ha detto:

    Il disco in questione gira da un po’ di giorni nel mio player, che dire? Disco sicuramente più immediato del predecessore, il quale ai primi ascolti non mi aveva convinto molto (avendo conosciuto ed amato la band con Mac alla voce forse la nuova impostazione soprattutto del cantato mi aveva lasciato un po’ perplesso) ma che poi, con il ripetersi degli ascolti, mi aveva decisamente conquistato, aiutato anche dall’averli finalmente potuti vedere ed incontrare dal vivo in quel di Gradisca d’Isonzo la scorsa estate (persone eccezionali e disponibilissime, va detto).
    For the journey è più diretto, snello e meno arzigogolato del predecessore, convengo anch’io però che manchi il pezzo da novanta, destinato a far la differenza e rimanere tra i classici della band (forse solo l’opener vi si avvicina). Il songwriting è sempre di buonissimo livello con qualche alto e basso però, il sound Threshold resta sempre riconoscibilissimo e garanzia di qualità per gli aficionados. Resto però dell’idea che nel prossimo disco andranno cercate nuove soluzioni, sulla strada che era già stata intrapresa con Dead reckoning, ma che poi per ovvi motivi era stata abbandonata. La qualità non manca, forse un tour più corposo (ahimè dal vivo suonano davvero molto poco) darebbe loro maggior coesione che poi potrebbe rispecchiarsi anche nel songwriting in studio. Intanto mi godo questa decima perla, avercene di musica così ben fatta…
    Ciao Max!

  2. Alessandro ha detto:

    Si lo so, però questo autunno ha troppi concerti e ho dovuto fare delle scelte… 😦

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