Steve Rothery The Ghosts Of Pripyat 2014

Pubblicato: settembre 21, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontA stretto giro di posta escono due album solisti di Steve Rothery, l’epico chitarrista dei Marillion. Il primo è un doppio live (Live in Rome) registrato in Italia lo scorso inverno: un cd contiene versioni dal vivo del materiale inedito di cui mi trovo a parlare mentre l’altro raccoglie alcune perle “marilliche” tra le quali segnalo una struggente Sugar Mice interpretata con molto trasporto dalla “nostra” Manuela Milanese.

Detto questo però l’interesse si focalizza proprio sul nuovo lavoro del chitarrista inglese dal titolo The Ghosts Of Pripyat, un disco che ha vissuto una genesi abbastanza articolata e lontana nel tempo. Una riuscita campagna di crowdfunding, un improvviso e proficuo zampillare di idee, alcune delle quali tutto sommato pure “distanti” dallo standard consueto cui ci ha abituato negli anni questo musicista.

A cominciare dall’ art work, a firma del noto Lasse Hoile, l’artista danese famoso per la collaborazione con Porcupine Tree e Steven Wilson; per continuare con una band che si è realmente formata strada facendo.Leon Parr alla batteria, Yatim Halimi (Panic Room) al basso, Dave Foster (chitarre) e Riccardo Romano (RanestRane) alle tastiere  i compagni di viaggio del grande “God”, cui si sono aggiunti come ospiti graditissimi Steve Hackett e…Steven Wilson.

Una menzione preliminare la vorrei dedicare proprio a Romano che con le sue keys, discrete ma di estrema sostanza, contribuisce non poco a mio avviso a donare freschezza all’album. I sette brani di cui si compone credo lasceranno soddisfatti tutti, sia coloro i quali prediligono sempre e comunque le sonorità per le quali Rothery è amato, sia coloro che invece si aspettano sempre qualcosa di nuovo o, comunque, di alternativo.

Morpheus è il brano di apertura, un’autentica perla con la quale SR meglio non avrebbe potuto cominciare: tanta atmosfera, una grandinata di emozioni che fuoriescono dalla sua chitarra e dalle ottime tastiere in sottofondo. I primi brividi corrono sin dagli arpeggi iniziali. La scansione delle note è ferale, ognuna è un vero colpo al cuore e come spesso sostengo il talento vero è proprio questo, non è solo tecnica sopraffina (importante) ma la capacità di sapere coinvolgere, di sapere emozionare. Un cambio repentino, breve ma che lascia il segno, a precedere un solo che viene dilatato dall’ingresso di Steve Hackett…magia pura !

Kendris muta radicalmente mood, si veleggia inizialmente nella musica d’ambiente, almeno sino all’ingresso della sezione ritmica. Suoni ripetuti, tribali, sui quali il chitarrista svaria a piacimento con un passo abbastanza insolito; i primi minuti non possono non mandare la mente al Peter Gabriel più etnico. Intorno alla metà c’è un inserto delle tastiere teso a spezzare il ritmo circolare, poi la traccia riprende il suo percorso prima di un finale nuovamente con le keys in primo piano.

L’episodio più lungo, quasi 12 minuti, si intitola Old Man Of The Sea e ospita nuovamente Steve Hackett.Un abbrivio dolce e malinconico, un arpeggio ostinato sul quale Riccardo Romano si fa trovare pronto a disegnare arabeschi; un primo solo di chitarra di rara intensità squarcia letteralmente il campo e di qui in poi è un trionfo, un susseguirsi di emozioni a getto continuo. Parti soliste che si moltiplicano, che vengono generate una dall’altra e lasciano letteralmente rapiti, una suite strumentale che finalmente riporta la chitarra al centro della scena senza limiti di tempo, con coraggio; assolutamente travolgente (è qui tra l’altro che fa la sua comparsa Mr. Steven Wilson) !

White Pass in larga parte è di nuovo giocata nell’interplay tra il chitarrista e le tastiere, si forma lentamente un quadro musicale nostalgico e denso a sollecitare emozioni, ricordi, pensieri. La seconda parte assume tinte più scure, le sonorità divengono più cupe prima del crescendo (marillico) conclusivo.

Un’altra piccola gemma è rappresentata da Yesterday’s Hero, un passaggio colmo di pathos e nel quale ancora una volta i brividi corrono con facilità lungo la schiena. Rothery compie magie ripetute, sopratutto in una seconda sezione molto più movimentata.

Quasi blueseggiante, avanza lenta Summer’s End, tipico esempio di come il “nostro” sia in grado di spaziare in pochi attimi da un genere ad un altro con estrema disinvoltura tanto che una lontana eco del sound di Mark Knopfler è qui a mio avviso percepibile. Ottimo l’inserimento dell’ Hammond per un epilogo incandescente.

La title track ha il compito di completare la scaletta; l’arpeggio iniziale di due acustiche (una sei e una dodici) si protrae per oltre due minuti a ben rappresentare l’immagine di desolazione proveniente dalla cover che ritrae la città ucraina di Pripyat, abbandonata e deserta dopo il disastro di Chernobyl. L’evoluzione del pezzo ha però una traiettoria completamente diversa, molto più serrata ed elettrica.

Non è così scontato che un album interamente strumentale, anche se suonato da musicisti così abili, possa conquistare immediatamente, fin dal primo ascolto. The Ghosts Of Pripyat riesce nell’impresa, a testimonianza del fatto che Steve Rothery è un chitarrista che non ha affatto smarrito la vena compositiva, tutt’altro.

Da prendere, assolutamente.

Max

 

 

 

 

commenti
  1. Antonio scrive:

    Album stupendo… Steve Rothery si è superato in questo album. Non solo chitarre elettriche, in questo album c’è tutto quello che un amante della buona musica può desiderare!

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