Flying Colors Second Nature 2014

Pubblicato: settembre 23, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontCome annunciato qualche settimana fa parlando dell’ultimo album solo di Neal Morse ecco arrivare pure la seconda e nuova uscita a nome Flying Colors dal titolo Second Nature.

Un super gruppo nato forse per gioco, con la volontà di divertirsi, esprimendosi spesso secondo direttrici lontane da quelle usuali per buona parte dei componenti; a fronte di tutto questo però i risultati un paio di anni fa sono stati più che lusinghieri, con ottima risposta di pubblico e critica.

A tale proposito ammetto di essere stato una delle poche voci fuori dal coro, nel senso che se non mettevo minimamente in discussione lo spirito guida del disco ed il talento dei musicisti, complessivamente il lavoro mi lasciava in buona parte perplesso, poco omogeneo e forse troppo distante da ciò che mi potevo aspettare, eccessivamente propenso ad un pop/rock sofisticato, elegante e tecnico ma alla fine di peso relativo.

In questo caso il fattore “sorpresa” scompare, si annulla, perché Second Nature prosegue giustamente sulla falsariga del predecessore; probabilmente risulta meno dispersivo ma registra ancora dei momenti di uno spessore, a mio parere, modesto.
Nel (balordo) gioco delle etichette non è neppure facile collocare i Flying Colors: heavy prog new prog pop/rock A.O.R. ? Probabilmente tutto e niente di questo, qualche elemento di ogni genere menzionato ma irrimediabilmente contaminato con gli altri. Sotto certo aspetto può essere pure una scelta azzeccata, il tentativo di produrre qualcosa di immediato, non catalogabile, che attinge a diverse fonti sonore e dunque, (in buona sostanza) qualcosa di diverso; al riguardo le stesse dichiarazioni di Mike Portnoy, ad esempio, sono sempre andate in questa direzione.

Nei fatti il progetto si materializza e ancora una volta, credo, proprio come nelle intenzioni dei protagonisti; le mie impressioni restano però grosso modo quelle di due anni fa.

Un preliminare plauso alla cover (anche questa molto molto bella) e si comincia l’ascolto !

L’ ora abbondante di Second Nature (questa volta auto prodotto dalla band) si apre con il pezzo migliore e di maggiore soddisfazione; i dodici minuti della opener Open Up Your Eyes regalano infatti molte gioie, con un Neal Morse molto ispirato al piano e alle tastiere e uno Steve Morse da subito molto determinato. Portnoy picchia da par suo, a tutto tondo e così il segmento strumentale introduttivo (circa tre minuti) è quanto di più simile da accostare al sound dei Transatlantic o degli stessi Spock’s Beard.

Alcune note in evidenza del basso di Dave LaRue, ancora le keys e il drumming incessante; è il momento dell’ingresso di Casey McPherson, sempre più a suo agio in questo gruppo di star. Il bridge sente molto della mano di Neal Morse (qui molto presente anche vocalmente) e poi si va verso una seconda parte epica; un solo bruciante della chitarra precede di poco infatti la reprise del tema iniziale, supportata da un Portnoy stellare.

Mask Machine è il singolo prescelto, il paesaggio sonoro cambia radicalmente grazie a sonorità elettroniche e coretti che (francamente) non riescono a fare la mia felicità. Pensare di proseguire sulla scorta del primo brano forse era troppo, certo è che uno stacco così non passa davvero inosservato. Nonostante il gigioneggiare di Mike dietro le pelli, la scintilla non scocca.

Passaggio più hard segnato dalla chitarra di Steve MorseBombs Away da modo al cantante di mettersi ancora in evidenza, mostrando una personalità più spiccata rispetto al primo album. Come dicevo è la chitarra a dettare l’imprinting del pezzo con un operato eccellente; un improvviso break ad opera di un violino contribuisce a movimentare il brano, sicuramente più accattivante del predecessore.

Ci caliamo in un momento pop, una full immersion avviene con The Fury of My Love. La melodia, il tema e le variazioni vocali di McPherson, la prevedibilità delle soluzioni, fanno si di farmi ritenere questo un altro episodio di scarsa sostanza; a poco vale il prodigarsi della sei corde, il pezzo mi pare proprio limitato.

Una boccata di ossigeno giunge (molto gradita) con A Place in Your World. Di nuovo fraseggi più serrati, tempi che cambiano, un song writing meno banale e più composito; il pezzo non è strabiliante ma ha dalla sua sicuramente una marcia in più rispetto a molti altri in programma, una “presenza” nettamente superiore.

Una canzone d’amore, Lost Without You; si rientra di nuovo nella dimensione più pop cara al gruppo. Certo, si tratta di un pop/rock suonato con perizia e molto talento, tanto mestiere. Alcune sfumature che denotano gusto non possono essere sottovalutate ma alla resa dei conti, brani così credo ne siano stati scritti già a centinaia.

Un momento di folk/rock arriva con One Love Forever cui va il pregio di essere abbastanza particolare, almeno per la fase introduttiva e centrale. Quando però scatta il ritornello sono dolori, inoltre una durata eccessiva finisce per penalizzarlo ulteriormente.

Peaceful Harbor vive un’introduzione eterea, morbida. Una chitarra acustica e la voce del singer conducono una ballad di stampo americano sino all’ entrata dell’elettrica di Steve Morse. Il tema principale viene dilatato, variato, prima del segmento finale in un epico crescendo, enfatizzato dal coro delle The McCrary Sisters.

Una mini suite divisa in tre movimenti, Cosmic Symphony, va a terminare il disco ma, contrariamente al previsto, manca di quella efficacia tipica di questi passaggi. Notevole il lavoro del basso di LaRue, buona la partenza “sospesa”, da sottolineare il lavoro puntuale delle tastiere; un breve inserto centrale dell’elettrica e quindi la sezione di chiusura, giocata su echi di certo rock americano d’antan. Buona l’atmosfera, buone le intenzioni, il risultato però, ancor che apprezzabile, non mi entusiasma.

Con questo lungo panegirico mi auguro di avere reso l’idea del contenuto, sul quale come sempre ovviamente, ognuno formerà una propria valutazione. Per parte mia posso ribadire che a fronte di una qualità indiscutibile degli interpreti, la musica prodotta continua a lasciarmi interdetto. Non è una questione di genere, il pop/rock ben fatto conta nella sua storia degli interpreti da capogiro; Second Nature non mi conquista perché non lo sento sincero, lo trovo “plasticoso” in eccesso ma sono sicuro che i Flying Colors sapranno smentirmi anche stavolta.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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