frontUn’avventura musicale che prosegue da quasi venti anni, sette album di buon livello all’ attivo ma solo col nuovo uscito (e ottavo della serie) The Great Divide credo di potere affermare che gli Enchant hanno fatto il massimo.

La band americana ci aveva lasciato ben undici anni fa sulle note di Tug Of War, buon esempio di heavy prog solido e coeso, in grado di regalare anche episodi di sostanza come ProgtologyComatose; poi un lungo stop, alimentando dubbi riguardo un possibile scioglimento dovuto a motivi personali e poi anche in virtù dei molteplici impegni di Ted Leonard, divenuto nel frattempo cantante dei Spock’s Beard e membro aggiunto in tour dei Transatlantic, oltre che frontman dei Thought Chamber in compagnia del tastierista Bill Jenkins.

Il quintetto americano invece si è ricomposto dopo la lunghissima pausa, presentando con ogni probabilità il lavoro migliore. The Great Divide, pubblicato per InsideOut, racconta infatti di un gruppo vivo, ben strutturato sulle proprie basi, in grado di scrivere un disco estremamente omogeneo (fin troppo), ben amalgamato, segnale di una maturità artistica ormai compiutasi.Il sound è quello tipico della band di San Francisco, un heavy prog le cui origini risalgono a Rush, Yes, Dream Theater, Fates Warning e ai stessi Spock’s Beard, caratterizzate a loro volta dal particolare timbro di Ted Leonard.; molto prog metal dunque ma in realtà poi pazientemente temperato da importanti aperture melodiche.

Gli otto brani in programma (cui si aggiunge la bonus track Prognosticator) rivelano entusiasmo e compattezza, tanta energia e cura del dettaglio; per contro questo si traduce nella precisa volontà di non deviare di un cm. dal solco tracciato e questo aspetto, come al solito in questi casi, rimane soggetto alle valutazioni personali (ma inevitabilmente crea delle perplessità).

Dunque ampio spazio a solo di chitarra e di tastiere, una ritmica molto dinamica come nella migliore tradizione delle prog band americane, costruzione a livelli tra loro continuamente interposti, suoni molto puliti. Difficile indicare un brano di punta in particolare perché come ho detto lo standard qualitativo è molto uniforme.

Pronti, via e si parte con la tiratissima Circles nella quale il basso di Ed Platt recita da mattatore; lunga digressione della chitarra e poi una pausa, poggiata sul suono di un’acustica e della voce di Leonard. Un solo dell’elettrica molto hard rock precede la reprise del tema iniziale che si chiude con un prepotente inserimento delle tastiere.

E così si prosegue con Within an Inch, altro passaggio da prendere come tipico esempio del sound degli Enchant sul loro versante più propriamente heavy. Un ritornello potente in cui il cantante può mettere in mostra le sue doti e un nuovo blitz delle keyboards precedono un nuovo e fulminante solo della chitarra di Douglas Ott.

La lunga title track muove i primi passi su vivaci reminiscenze Yes, trova poi una fase melodica e placida e vive di fatto sull’alternanza tra i due mood; consueto spazio per inserti solisti che vanno a completare il brano.

Un brano interlocutorio, con meno mordente (All Mixed Up) e si riparte bene con Transparent Man dal ritmo molto cadenzato, melodia in buona evidenza, chitarra a sottolineare ogni cambio.

Life in a Shadow si introduce quasi come una rock blues ballad per poi aumentare bruscamente il ritmo di rotazione; di nuovo un ping pong emotivo e ritmico a edificare una traccia piacevole ma non travolgente.

Pastosa, articolata, di altro spessore si rivela Deserve to Feel; il meglio degli input cui fa riferimento la band si concentra in un brano convincente e trascinante, con un finale strumentale tirato allo spasimo.

Here And Now è l’ultimo brano in scaletta e al proposito merita una menzione il drumming preciso di Sean Flanegan. Andamento mosso anche in questo caso con brevi parentesi a cercare intensità, sopratutto nella voce di Ted Leonard. Il ticchettio ed il suono di una sveglia segnano un break, si passa ad una fase strumentale in cui è nuovamente la sei corde a primeggiare; il ritorno corale della band conduce al termine.

Ci sono a mio avviso due chiavi di lettura riguardo The Great Divide: può essere indicato probabilmente come la migliore prova degli Enchant e questo, dopo un silenzio così prolungato, non è un dato da poco. Se invece la valutazione si sposta su un piano assoluto rimane un buon album ma soffre di una certa ripetitività di scrittura e costruzione, offrendo poche variazioni tra un pezzo e l’altro e questo, probabilmente, resta il limite intrinseco della band californiana. Tanto mestiere, ottime esecuzioni (la tecnica qua non manca) e buone idee, purtroppo queste ultime non sono molte.

Max

 

 

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...