Pendragon Men Who Climb Mountains 2014

Pubblicato: ottobre 10, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontNegli ultimi anni si é potuto assistere ad un fenomeno abbastanza raro nel mondo musicale e cioè quello per il quale una band di lungo corso (Pendragon) si trova improvvisamente rivitalizzata dall’ingresso in formazione di un batterista (Scott Higham); gli antichi cavalli di battaglia riprendono slancio e vigore, nuove e convincenti idee vengono messe nero su bianco con tanto entusiasmo (Pure Passion), live travolgenti riescono ad infiammare i palchi europei.

Poi, proprio quando non te l’aspetti, qualcosa si inceppa; l’annuncio gioioso che il quartetto sta per entrare di nuovo in studio, una foto del nuovo e apposito drum kit che fa bella mostra di sé sui social network e a meno di 48 ore dalla pubblicazione di questa immagine…Scott Higham non fa più parte della line up.

Con queste premesse ha visto la luce Men Who Climb Mountains, decimo lavoro del gruppo capitanato da Nick Barrett il quale nel frattempo ha reclutato Craig Blundell dietro le pelli.L’immagine che campeggia sulla cover riassume probabilmente la fatica e lo spirito di quelle ore e devo dire che, sopratutto ad un primo ascolto, si trasferisce in parte anche tra i solchi dell’album. Di impatto si percepisce un senso di maggiore sofferenza, come un ripiegarsi su sé stessi cercando di recuperare il filo che conduce ad un passato più remoto. Si è chiuso bruscamente un capitolo nella storia della band e sin dalle prime note vivo la sensazione che Barrett voglia assolutamente riallacciarsi a quanto avvenuto prima; la modalità però è in parte diversa, i toni ed i colori sono ora più brumosi, scuri, quasi come ammantati da un’ombra di “rivendicazione”.

Solo ripetuti ascolti attenuano questa percezione, grazie anche ai consueti ed emozionanti interventi della chitarra e delle pregnanti tastiere di Clive Nolan; come vedremo però a conti fatti soltanto un brano, l’ultimo per la precisione, ritrova in toto l’anima dei tempi andati a testimonianza che questo disco può essere con ogni probabilità uno spartiacque.

Un lungo arpeggio e la voce di Nick Barrett aprono per Belle Ame, breve brano acustico carico di sinistre suggestioni, amplificate dalle keys in sottofondo. Come una naturale prosecuzione, una sorta di filiazione, prende il via Beautiful Soul; è l’ingresso in scena ufficiale di Craig Blundell, il ritmo si fa più serrato mentre Nolan disegna arabeschi inconfondibili.La melodia assume contorni sempre più definiti; un primo break che pare ricalcare qualcosa dall’ultimo Passion e successivamente riparte la linea melodica, larga e supportata da un coro non molto convincente. Sezione conclusiva drammatica, chiusa in modo solenne.

Uno degli episodi più corposi è Come Home Jack; introdotto da accordi carichi di effetti della chitarra, il timbro appassionato di Nick Barrett crea un’atmosfera di attesa, sognante e malinconica che si protrae a lungo, sino all’ingresso morbido della band. Un deciso cambio di passo apre un nuovo scenario che comunque continua a poggiare sulla melodia iniziale; il segmento conclusivo, frammentato, porta al primo vero solo dell’elettrica.

Mantenendo la formula precedente, dalle ceneri di Come Home Jack si sviluppa In Bardo, uno dei passaggi di maggiore intensità. Una dodici corde arpeggia dolcemente mentre, in lenta progressione, il batterista scandisce un ritmo crescente sottolineato da alcune linee del basso di Peter Gee. Le sonorità in questo caso vanno verso quelle di un tempo, grazie anche al puntuale intervento delle tastiere; la musica diviene sempre più emozionale, un nuovo intervento di Barrett regala grandi soddisfazioni e a concludere la digressione strumentale giunge un inaspettato solo di Craig Blundell.

Due facce della medaglia, due aspetti diversi ma complementari: così si possono presentare Faces Of Light e la successiva Faces Of Darkness.La prima guarda nuovamente al sentore più classico della band, estremamente lirica, sconta una seconda parte molto più movimentata ma forse meno pregnante. La seconda, ovviamente, mette in mostra un lato più oscuro ma non per questo meno interessante, anzi, probabilmente esprime il meglio tra le due con una grande presenza del basso e, al solito, della sei corde.

Proseguendo, ecco uno dei momenti più coinvolgenti e cioè For When The Zombies Come.Un lento avvio strumentale lascia spazio alla voce di Barrett per una specie di blues-prog, la melodia scava indietro nel tempo con un ritmo ed una direzione circolare sino all’epilogo chitarristico, in cui Nick si lascia andare come nelle migliori occasioni.

Altra traccia di lunga durata, Explorers Of The Infinite.Nuovamente un intro acustica a precedere la voce del frontman per una lunga fase che cresce, lenta e inesorabile. God only knows…recita il refrrain sino all’esplosione delle tastiere, forti dell’accompagnamento variato e preciso della ritmica. Anche qua forse è possibile ritrovare degli agganci con Passion, sicuramente si tratta del brano più dinamico in scaletta.

La parola fine viene scritta da Netherworld, il pezzo che in assoluto più si va ad inserire tra i classici di repertorio. Tutto quanto appartiene al genere ed alla band si ritrova condensato in questi sei minuti scarsi ed è questo, senza meno, il ponte principale con il passato; brividi in quantità dalla Stratocaster in chiusura.

Men Who Climb Mountains è un album che conquista molto gradualmente, non ci sono la forza e l’immediatezza di Passion ma sopratutto di Pure. Allo stesso modo non ci sono neppure le “sfrontate” aperture dei lavori anni ’90, tranne che in pochi frangenti; è piuttosto un compendio tra le due fasi, celato come dicevo da un velo oscuro e talvolta amaro. Nick Barrett l‘ ha composto con intelligenza e passione, vedremo ora che direzione potranno seguire i Pendragon.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Paolo Carnelli ha detto:

    Bella rece Massimo, lo ascolterò con piacere anche se per me il problema più grande dei Pendragon è sempre stata la capacità di replicare in sede live quanto prodotto su disco

  2. Max ha detto:

    CIao Paolo, ti posso confermare che negli ultimi anni li ho visti due volte e sono stati entusiasmanti, molto fedeli a quanto inciso e con tanta grinta, Il 19 tornerò a vederli al Giardino e ti saprò dire. Se ti capita (e non li hai già visti) dai un’occhiata ai DVD Concerto Maximo oppure Out Of Order Comes Chaos. Non te ne pentirai. 😉

  3. David ha detto:

    a me è sembrato più immediato dei precedenti, soprattutto la traccia 3 che è bellissima e che spero non mi verrà a noia. ottima la prestazione del nuovo entrato, non ho notato deficit rispetto ai precedenti. comunque per certi versi hanno “rubato” delle sonorità a steven wilson, ci sono tanti pezzi “sognanti”, ecc.. ottimo cd comunque, ci voleva

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