Lunatic Soul Walking On A Flashlight Beam 2014

Pubblicato: ottobre 12, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontParallelamente alla principale attività con i Riverside, da qualche anno Mariusz Duda ha avviato un side project personale denominato Lunatic Soul. In questi giorni Kscope pubblica il nuovo episodio, quarto della serie, dal titolo Walking on a Flashlight Beam. Cambia la cover art (opera di Travis Smith) e cambia tutto sommato anche parte della proposta del bassista e cantante polacco; questo nuovo capitolo infatti scava in profondità tra meandri oscuri, sonorità meno accoglienti e talvolta ossessive.

Il solo Wawrzyniec Dramowicz, batterista dei Indukti, compare ancora tra i credits; per il resto tutto è  a firma di Duda, vero faro e stella polare delle scena polacca.

Sono trascorsi tre anni dall’uscita di Impressions e nuovamente il musicista si esprime attraverso un crossover prog che attinge a molteplici ispirazioni e si dirama a sua volta in mille rivoli; quindi spunti ambient, world, electronic, new prog, con una elevata dose di tormento interiore.Un lavoro piuttosto lungo, un’ora piena, che se a mio parere fosse stato più sintetico ne avrebbe giovato enormemente; ad ogni modo questo è il perfetto esempio di album che richiede attenzione e tempo da dedicare, sono pochi dunque i momenti immediati e puramente melodici. Un disco che probabilmente si farà apprezzare nelle fredde e buie serate d’inverno ma che poco si presta ad un ascolto distratto.

Fin dalle prime note di Shutting Out The Sun, introdotta dal suono della risacca del mare e da suoni inquietanti, si ha modo di percepire esattamente quale sia il mood che pervade Walking On A Flashlight Beam; una lunga parte strumentale viene spezzata dall’ingresso della voce di Mariusz Duda, dapprima quasi sussurrata e poi lontanissima. L’incedere tribale delle percussioni entra in gioco soltanto poco prima del termine.

Cold prosegue inizialmente sulle medesime intenzioni proponendo un’atmosfera gelida ed elettronica contrastata poi da un arpeggio della chitarra in un mélange che non può rimandare ad alcuni passaggi dei Depeche Mode. Sonorità davvero aderenti a quelle di Gahan e soci, ritmo ipnotico in loop sul quale si stacca la voce di Mariusz carica di effetti.

Uno dei momenti meglio riusciti è sicuramente Gutter. Dopo un ulteriore avvio inquieto il ritmo prende lentamente ad aumentare, il basso si ritaglia un ruolo da protagonista, la melodia vocale compie delle variazioni; una seconda sezione claustrofobica, cupa, va a chiudersi poi con toni eterei.

Un breve ma gradevole filler (Stars Sellotaped ) conduce al brano più ostico e di difficile metabolizzazione contenuto nel disco, The Fear Within. Se da un lato è possibile sostenere che mai come in questo caso la musica sia perfettamente in linea con il titolo (e viceversa), da un altro è indubbio che ci si trovi davanti ad una sorta di macigno sonoro. Spettrale, angosciante, dominato da suoni ripetuti all’infinito contrastati da una melodia appena accennata da un synth e poi da una chitarra acustica. L’idea in sé è valida, le sensazioni trasmesse sono estremamente calzanti ma la durata di sette minuti diviene penalizzante.

Con Treehouse si torna su lidi musicalmente più accessibili, un pezzo che si potrebbe collocare anche nella discografia precedente di Lunatic Soul. Ha il merito di fare riprendere fiato dopo The Fear Within ma, sia come struttura che come melodia, non vive di particolari sprazzi.

Quasi una mini suite, Pygmalion’s Ladder è la traccia più lunga, dodici minuti. Alcuni cenni vagamente orientaleggianti riescono a rompere il senso di ipnosi provocato di nuovo da suoni reiterati, a formare un quadro totalmente oscuro; il timbro inconfondibile di Duda, quanto mai provvidenziale, spezza di tanto in tanto queste catene ma resta la sensazione (ancora) di una eccessiva dilatazione del brano. Meglio comunque, in assoluto, il secondo segmento che riesce ad “allargarsi”, più articolato, conferendo così maggiore varietà.

Sky Drawn in Crayon, malinconica, riporta a episodi passati di questo progetto; la melodia torna in primo piano, pur se tra sonorità a tratti spigolose, c’è comunque maggiore immediatezza.

La conclusione è affidata alla title track che, per certi versi, è il momento più riconoscibile e diretto. Qui si ritrovano le coordinate più usuali del musicista polacco e, non a caso, sin dal primo ascolto è il brano in grado di catturare per primo l’attenzione, colmo di tutti i riferimenti impartiti con i suoi Riverside oltre che nel percorso solista.

La passione che ho per Mariusz Duda e le sue “creature” è fuori discussione ma altrettanto (imprescindibile) lo è e deve rimanerlo l’obiettività. Walking On A Flashlight Beam è un’opera non facile da inquadrare con la quale Lunatic Soul compie una netta deviazione dal percorso sin qui intrapreso e, al tirar delle somme, non mi convince del tutto. L’esasperazione di alcuni temi, l’uso eccessivo di alcune sonorità, la quasi totale assenza di “accoglienza” che si sprigionano all’ascolto dell’album lasciano una certa perplessità, non riuscendo a convincermi appieno. Se Duda voleva dare una sterzata al suo progetto parallelo, anche brusca, c’è sicuramente riuscito; quanto all’esito, ribadisco, non riesco a trovarlo entusiasmante.

Max

 

 

 

 

 

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