frontGeneralmente tra le nuove band italiane si trovano cuore, passione, talento e tecnica ma troppo spesso, a mio parere, c’è la tendenza a rimanere appiattiti sulle sonorità del progressive rock anni’ 70, in taluni casi sino all’eccesso. Più di una volta ho riscontrato questa tendenza ed è un vero peccato perché ritengo che così facendo non si dia modo di evolvere al movimento; se da una parte è normale ripartire da li, da un’altra giunge improrogabile la necessità di dare nuovi impulsi per uno sviluppo più vicino al nostro tempo.

Saluto dunque con gioia e sorpresa Silk, secondo e nuovo album dei Dropshard, i quali coraggiosamente provano a costruire un ponte tra i suoni dell’epoca dorata e quelli attuali, riuscendo ad uscire dai percorsi più scontati per provare un approccio diverso. Come vedremo il tentativo magari non si materializza al 100% ma in buona parte sì, lasciando un senso di netto appagamento all’ascolto; questa può essere una strada giusta per vivificare la scena progressive nazionale.Se da una parte Genesis Yes possono essere le muse ispiratrici, è altrettanto evidente che il quintetto vive giustamente delle connessioni con band quali Porcupine TreeNo-ManRiverside, Anathema; l’interplay che ne scaturisce è senza dubbio interessante proprio perché, pur presenti nelle tessiture musicali, i riferimenti “classici” vengono dosati, centellinati, cercando invece di guardare avanti.

Dopo il debutto di tre anni fa (Anywhere But Home) la band lombarda propone il secondo capitolo che credo rappresenti un ulteriore step evolutivo; prende forma così un buon esempio di new prog realizzato in Italia con cura e dedizione, unendo il talento ad una visione più ampia delle possibili strade da intraprendere.

Grande partenza con la dinamica e travolgente Insight, opener davvero indovinata grazie alla grande spinta che possiede dopo una prima sezione più cadenzata; splendido esempio di perfetta fusione tra antichi e nuovi richiami.

Eyes è un passaggio più intimista con un ottimo lavoro della sezione ritmica a supportare tastiere e chitarra; Enrico Scanu canta in inglese con buona presenza ed impatto emotivo.

Questa sensazione intima e per certi versi minimalista si amplifica con l’introduzione della successiva Cell 342; una seconda sezione molto più mossa tra suoni di tastiere vintage e numerosi cambi di ritmo offre una prospettiva piuttosto completa delle potenzialità della band.

Subito dopo arrivano due gioiellini: il primo (Tied Together) vive un incipit strumentale di rara intensità per poi lasciare spazio alla voce del cantante, con una linea melodica raffinata ed elegante memore dei migliori “porcospini”, come nel fulminante inserto di chitarra.

Nel secondo caso (Seat) si tratta di un breve bozzetto strumentale giocato dalle keyboards tra emozioni space-rock e atmosfere sospese, aeree, sensazioni che sgorgano a getto continuo da un ascolto breve ma per certi versi totalizzante.

Perpetual Dream, voce e chitarra acustica e la conseguente Get Out And Run sono due brevissimi passaggi utili a preparare l’arrivo della corposa The Endless Road, oltre dieci minuti serrati nei quali i Dropshard rivelano inizialmente pure un lato fusion molto intrigante. Continua con successo questa interposizione tra afflati classici e la propensione verso derive contemporanee, tra solo di flauto, linee del basso possenti, tastiere debordanti ed un epilogo tiratissimo.

Un altro breve passaggio di matrice elettronico-etnica (Less Is More) prelude all’arrivo di un altra piccola gemma preziosa, Maya. E’ evidente che la band lecchese vada a braccetto con certe atmosfere dalle tinte soffuse, pastello; scenari notturni, inquieti, avvolgenti, capaci di ipnotizzare all’ascolto e lasciare poi basiti con improvvisi crescendo.

Memento, il brano dalla durata maggiore, completa l’opera e conferma che sulla lunga distanza i Dropshard sanno già muoversi con buona perizia. Riverberi di alcune sonorità Anathema divengono a mio avviso piuttosto palpabili ma vengono trattati e rielaborati con gusto e personalità.

Alex Stucchi (basso), Sebastiano Benatti (chitarra), Tommaso Mangione (batteria), Valerio De Vittorio (tastiere) ed Enrico Scanu (voce, flauto) hanno costruito un album intenso e vario, in grado di spaziare tra mood diversi senza per questo divenire frammentario. Un gruppo giovane ed affiatatato, cresciuto sui banchi di scuola, spinto da entusiasmo e freschezza. Da ascoltare sicuramente.

Max

 

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