frontE’ facile immaginare quante dovessero essere le difficoltà nel fare musica in un Paese quale l’Ungheria degli anni ’80; ciò nonostante qualcuno rammenterà che ci fu un gruppo che, pur tra mille peripezie, riuscì a fare parlare di sé. Mi riferisco ai Solaris, veri e propri pionieri del progressive rock oltre l’allora cortina di ferro dove peraltro esisteva invece vivo interesse riguardo il genere.

Autori di soli tre album in studio diluiti nell’arco di quindici anni, disciolti e poi riuniti a più riprese, sono rimasti nella memoria degli appassionati di genere più informati proprio per l’album di esordio, datato 1984.

Marsbéli Kronikak (Martian Chronicles) mise in luce una band che aveva come punti di riferimento Jethro Tull, alcune sfumature elettroniche di krautrock, passaggi in stile Eloy ed una soffusa eco balcanica di violino in sottofondo. Questi erano i toni che animavano musicalmente il disco ispirato al libro di fantascienza opera di Ray Bradbury.Gli stessi colori, le medesime tinte vengono portate a nuova vita oggi; in modo del tutto inaspettato infatti i Solaris sono tornati in pista con Martian Chronicles II, a giusto trent’anni dal debutto. Della storica formazione non fanno più parte il chitarrista e tastierista Istvan Czigman (nel frattempo deceduto), rilevato in pianta stabile dall’allora membro aggiunto Csaba Bogdan, né il bassista Tamas Pocs sostituito da Attila Seres. Ancora ai loro posti invece Laszlo Gomor  (batteria), Robert Erdesz (tastiere) e Attila Kollar (flauto).

Una lunga suite divisa in sei movimenti (continuazione della prima di tanto tempo fa), un’ altra più corta a seguire e quindi quattro brani di medio-breve durata a completare la scaletta. Un feeling vintage, grazie ad una cascata di tastiere e agli inserti del flauto, tiene il disco aderente al lontano predecessore; pare di essere proiettati all’indietro nel tempo ascoltando questo secondo capitolo.

La suite eponima rimane lo snodo centrale, il momento principale della vicenda e sin dalle prime note emerge la volontà di legarla alla progenitrice. Il primo movimento vede infatti un trionfo di flauto, sax, backing vocals ed un efficace solo di chitarra; la lunga fase centrale evidenzia invece tutte le qualità del gruppo, introducendo anche qualche elemento particolare come il violino suonato da Edina Szirtes ‘Mokus’. Oltre alle tastiere pure la chitarra si ritaglia spazi importanti. Il settimo e ultimo movimento chiude un pò a sorpresa con una sorta di ballad intrisa di non pochi riverberi floydiani, molto suggestiva.

Meno ambiziosa e divisa in due soli segmenti, Voices from the Past propone una fase di apertura carica di atmosfera ed uno svolgimento successivo in bilico tra VangelisJethro Tull.

Un passaggio soft condotto da chitarra e flauto che va in crescendo (The World Without Us), un altro, breve, in cui torna prepotentemente la malinconia del violino a contrasto con sonorità elettroniche (The Pride of Human Insects); ancora, quello che rappresenta probabilmente l’epilogo della storia (Impossible, ‘We are Impossibility in an impossible Universe’ Ray Bradbury) e la conclusione “beffarda” con Alien Song.

La band magiara ha la coerenza (o la temerarietà) di ripresentarsi al pubblico con un sound quasi inalterato e questa scelta naturalmente è destinata a fare discutere. Personalmente ritengo che un progetto più attuale, pur collegato in qualche modo alle tradizioni del gruppo, avrebbe potuto avere un migliore appeal ma al tempo stesso, dopo un oblio così prolungato, questa forse resta l’opzione più percorribile.

Dedicato ai fans più incalliti ed indomiti del prog.

Max

 

 

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