frontUn importante cambio di scuderia con il passaggio da Roadrunner Nuclear Blast, l’avvicendamento dello storico bassista Adam Duce con il nuovo arrivato Jared MacEachern (ex Sanctity); sull’onda di queste sostanziose novità esce Bloodstone & Diamondsnuova e ottava fatica dei californiani Machine Head.

I tre anni trascorsi dall’ottimo Unto the Locust hanno visto l’ intensificarsi dell’attività live del quartetto in particolar modo negli States ma, sopratutto, la prosecuzione e la raffinazione di quel processo cominciato con quell’album spettacolare che fu The Blackening. La commistione fra tracce consistenti di thrash metal e poderose e profonde sezioni in chiave groove metal, trova a mio avviso nei Machine Head una esemplificazione perfetta, come si suol dire da manuale.

Ben venga dunque il nuovo disco che non tradisce le attese, confermando anzi lo stato di grazia della band.Con il missaggio a cura del fidato Colin RichardsonBloodstone & Diamonds si propone come l’album più lungo inciso dal gruppo; settanta minuti densi, duri, talvolta cupi e che riservano pure un paio di pezzi (davvero molto belli) di stampo più intimo, quasi inattesi. Un disco massiccio, duro come il granito, a confermare quanto di buono espresso sui Machine Head in precedenza.

Un gradevole arrangiamento curato da una sezione di archi apre morbidamente per l’esplosiva Now We Die, la prima vera mazzata tra capo e collo assestata da Robb Flynn e compagni, provvista oltretutto di una bella linea melodica. Potenza, aggressività martellante, il drumming instancabile di Dave McClain, il timbro ora cattivo e graffiante, ora pulito ed intenso di Flynn, i riff ed i solo delle due chitarre con quella di Phil Demmel subito in evidenza. Tutto questo costituisce il Dna della band e viene espresso in modo travolgente sin dalla prima traccia.

Vere e proprie sciabolate inferte ad alta velocità (Killers & Kings) con inseguimenti a perdifiato tra le chitarre ed una ritmica ossessiva, che non da scampo; cavalcate tese e permeate di ineluttabilità, scure e maligne (Ghosts Will Haunt My Bones), passaggi incendiari come il napalm (Night Of Long Knives), sino all’arrivo di un momento quasi catartico, di una forza emozionale pazzesca.

Mi riferisco a Sail Into The Black, un brano che da solo a mio avviso vale l’acquisto del CD. Si possono evocare le forze del male, le tenebre, l’oscurità più profonda ed impenetrabile, gli spunti in questo caso sono infiniti ma quel che è certo rimane che l’intreccio tra la chitarra acustica, tastiere e piano e la voce dolorosa di Robb Flynn qui sono da brividi. La seconda parte del pezzo cambia pelle; l’ingresso della batteria e dell’elettrica, la voce del cantante (in parte) si sporca, l’andamento “maledetto” della prima sezione trova così il suo drammatico epilogo.

Un altro assalto all’arma bianca, inesorabile e cruento (Eyes Of The Dead), segnato da reminiscenze thrash; con questo siamo a metà dell’opera e, sin qui, non siamo troppo distanti dal capolavoro!

Il secondo blocco di songs mantiene un indiscutibile qualità anche se non esattamente al livello del primo. Eccezionalmente dura e serrata Beneath The Silt, dove il nuovo arrivato al basso fa notare la sua “presenza” e riverberi ed accenti di scuola Pantera si fanno sempre più vivi.

Un’introduzione quasi angelica sfocia poi nella compatta e tirata In Comes the Flood, nella quale Robb Flynn presumo finisca per perdere la voce. Un’altra perla (Damage Inside), cantata a cappella per oltre un minuto dal singer  con una evoluzione melodica e di arrangiamento minimaliste ma ineccepibili, pezzo in grado di creare un’atmosfera molto distante da quelle abituali.

Game Over torna a proporre la versione più dura e spietata del quartetto. La strumentale Imaginal Cells, quasi una space metal ballad ed i fuochi artificiali conclusivi di Take Me Through the Fire concludono l’ascolto.

Alto livello qualitativo, produzione centrata, forza d’urto incredibile ma anche una felice propensione ad avventurarsi in territori non proprio contigui al genere. I Machine Head hanno scritto un’altra pagina importante della loro storia e di quella del metal, Bloodstone & Diamonds ha ottime probabilità di entrare nella mia playlist annuale.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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