Pink Floyd The Endless River 2014

Pubblicato: novembre 8, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontAtteso, dibattuto, dileggiato, venerato…tutto questo è avvenuto già tra lo spot a sorpresa fatto trapelare dalla Signora Gilmour (Polly Samson) e la conferma ufficiale seguita di li a poco da parte dell’illustre marito. Un pandemonio mediatico, una caccia alle notizie ed alle possibili anteprima, senza perdere di vista i soliti ed inevitabili (purtroppo) posizionamenti sulla completezza della formazione, cui non hanno mancato di dare voce anche illustri musicisti della scena presente.

Detto questo, a riguardo del prologo, qui mi fermo perché la vicenda è oramai arcinota e chi se ne fosse perso qualche puntata basta faccia un salto su Wikipedia dove ne può trovare un esauriente riepilogo.

Pink Floyd. A distanza di venti anni e dopo lo scioglimento ufficiale i Floyd presentano The Endless River, tributo malinconico e sentito al fraterno amico Richard Wright scomparso sei anni fa. Si chiude così definitivamente il cerchio con un’operazione a dir poco sorprendente e che, sono certo, si presterà a svariate interpretazioni, non ultimo per le modalità.

Il materiale inciso, rivisto e corretto da David Gilmour Nick Mason con la collaborazione di Phil Manzanera, Andy Jackson e Youth (The Orb), risale al tempo delle registrazioni di The Division Bell e vede dunque ancora presente Rick Wright. Successivamente negli studi del chitarrista sono stati fatti opportuni aggiustamenti, ri-eseguite alcune parti, colorati diversamente gli arrangiamenti, per potere raggiungere uno stadio “finito” di quei bozzetti, quelle outtake che giacevano in qualche cassetto da un ventennio.

Una copertina che parla da sola, simbolica, senza bisogno di troppi commenti (ogni riferimento a Storm Thorgerson non è casuale) e un Cd diviso in quattro mini suite, per un lavoro quasi interamente strumentale. L’emozione è comunque tanta e palpabile anche se, premetto, non sono stato all’epoca un fanatico né di A Momentary Lapse of Reason né di The Division Bell, lavori che ho sempre considerato buoni, interessanti ma…monchi.

Side 1. 

Tre i brani contenuti. Incipit spaziale, morbido e sospeso con le tastiere di Wright ad intersecarsi con la chitarra effetto EBow di Gilmour per l’opener Things Left Unsaid. Un lieve sdrucciolamento conduce direttamente a It’s What We Do, passaggio di una emozionalità immensa e molto, molto vicino al mood di Shine on You Crazy Diamond; il lavoro in compartecipazione tra sei corde e keyboards è qui da pelle d’oca, David si ritaglia un solo dei suoi, inimitabile e carico di pathos. Riascoltandoli, se mai ci fossero stati dubbi in merito, si comprende l’importanza di Wright, sensibile  e vero collante sonoro.

La breve Ebb and Flow poggiante sul duetto piano elettrico-chitarra completa questa prima piccola suite.

Side 2.

Sum inaugura la seconda suite e salta agli occhi, consueti ricami chitarristici a parte, il lavoro semplice, old style ma efficace di Nick Mason. Il sound viaggia a ritroso verso lidi psichedelici e questa sensazione si amplifica clamorosamente con la seguente Skins, che proietta come un missile dalle parti di Umma Gumma Meddle. Il batterista, a sorpresa, rispolvera per l’occasione quello stile insistente ed asfissiante che all’epoca ne fece una caratteristica imprescindibile del sound del quartetto.

Non molto da dire su Unsung, breve filler prima dell’arrivo di Anisina, brano più aderente alle ultime cose della band dove però l’ingresso del sax (Gilad Atzmon, musicista israeliano) è a mio avviso troppo presente e carico. Suoni come sempre impeccabili ma la linea melodica è piuttosto fragile, prevedibile, personalmente non riesce proprio a rapirmi.

Side 3.

Sette brani brevissimi, in pillole; piccoli e dolcissimi intermezzi sognanti grazie al piano e al synth (The Lost Art Of Conversation), mollemente ritmati grazie al basso di Guy Pratt (On Noodle Street) mentre Wright cuce la tela al Fender Rhodes. Arabeschi aerei, disegnati tra synth e chitarra per Night Light che potrebbero durare in eterno.

Una possente accelerazione (Allons-y (1)) che ricorda da vicino le ultime produzioni del gruppo precede Autumn ’68 , estratto di un lungo brano mai pubblicato nel quale RW suona l’organo a canne della Royal Albert Hall sul finire degli anni ’60; brividi a profusione ! Quindi, la ripresa del tema con Allons-y (2), in cui il ritmo sale ancora e Gilmour mena fendenti e la chiusa di Talkin’ Hawkin’, un possibile frammento di The Division Bell.

Side 4.

Si comincia con Calling, un passaggio immaginifico ed estremamente cinematografico imperniato sulle keyboards, contemplativo e riflessivo ma forse un tantino distaccato. Eyes To Pearls ha il sapore di una fase preparatoria in cui qualcosa comincia a muoversi, a prendere vita ma la breve durata non gli da modo di trovare un compimento. Le cose cominciano a prendere un’altra piega con Surfacing, la chitarra di Gilmour torna a farsi sentire appassionata più che mai e poi…il gran finale con Louder Than Words, testo scritto da Polly Samson e unico brano cantato. E’ l’addio, sofferto e pieno di malinconia, forse anche di consapevolezza; la voce di David, i cori di Durga McBroom e Sarah Brown, l’ultima occasione di ascoltare le tastiere di Wright in azione.

The Endless River per un appassionato/innamorato della band come me è un album difficile, in alcuni momenti da lacrime, in altri da mal di stomaco, in altri ancora da accessi di rabbia. Non si tratta e non si poteva trattare di un capolavoro e chi lo attendeva come tale a mio avviso era completamente fuori strada anche perché, proprio per come è costruito e frammentato in una miriade di brevi segmenti, tende a perdere inevitabilmente di coesione.

Certo è che riascoltare il Farfisa e l’Hammond di Rick, il battere quasi in loop di Mason, la Fender di David, il ritrovare degli accenni al passato più lontano ed indimenticabile, quell’organo a canne…sono tutte cose che da un punto di vista emozionale, beh, devastano.

E dunque la chiave giusta per provare a comprendere l’album forse è proprio questa, viverlo cioè sull’onda dell’emotività, lasciandosi trasportare ed evitando di stare a sezionarlo nota per nota, accordo per accordo.

A margine di tutto ciò però mi è necessario chiudere con una considerazione, probabilmente del tutto personale ma che sento impellente, resa poi improrogabile dalle recenti dichiarazioni dei protagonisti ed…ex.

Pink Floyd…una leggenda, per molti anzi LA leggenda nel firmamento del rock. Quello che ci hanno regalato e lasciato, musicalmente, a noi ed alle generazioni future, ha un valore immenso, incalcolabile. Alcuni errori commessi in serie però rimarranno purtroppo altrettanto impressi: personalità ingombranti, spesso divergenti, tendenti alla sopraffazione nei ruoli ne hanno fatto una delle più grandi band della storia intera ma mai, probabilmente, un gruppo solido dal punto di vista umano. E quest’ultima operazione, questo tardivo canto del cigno all’alba dei 70 anni sull’onda della malinconia per il compagno scomparso, poteva e doveva essere gestito diversamente.

Ho ancora negli occhi e nelle orecchie quegli indimenticabili venticinque minuti sul palco del Live Aid nel 2005, tutti e quattro al gran completo con Roger Waters (strano a dirsi ?) che sprizzava entusiasmo da tutti i pori; ho ancora negli occhi e nelle orecchie la comparsa di David Gilmour per il solo di Comfortably Numb in occasione del tour di The Wall di Waters nella data londinese di tre anni fa ed il commiato finale sul palco della O2 Arena con il sopraggiunto Nick Mason.

C’era un’occasione migliore di questa ?

Max

commenti
  1. Ila scrive:

    L’album non l’ho ancora ascoltato, quindi non posso esprimere un’opinione, sebbene siano in molti a pensarla come te, quindi mi sento di fidarmi alla cieca. Ma all’O2 di Londra c’ero anch’io e i brividi di rivederli sul palco insieme ancora mi fanno commuovere…
    Immensi, comunque, sempre immensi.
    Buona domenica,
    Ila.

  2. Max scrive:

    Grazie per la tua fiducia ma ascoltalo, ognuno ha la propria sensibilità e gusto 😉

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