frontQuella dei Gong pare essere una saga senza fine, si perde nella notte dei tempi ma la cosa più incredibile è che…prosegue, a dispetto del tempo, dell’età dei protagonisti e della scomparsa di alcuni di questi. Si stanno alternando ormai nuove generazioni di musicisti ma la band, il progetto, l’idea anarchica e assolutamente inconfondibile del Gong sound non conosce pause.

Se all’epoca la scena di Canterbury rappresentava realmente un qualcosa di alternativo, a loro volta i Gong sono sempre rimasti un nucleo musicalmente a sé stante, inclini a una contaminazione estrema tra progressive  e derive psichedelic rock, passando da una sostanziosa e gustosa fase fusion, sopratutto quella in cui facevano capo allo scomparso Pierre Moerlen.

Ancora oggi ripropongono coerentemente il loro “sgangherato” modello, non curanti dei decenni trascorsi; la guida della band è rimasta saldamente in mano al settantaseienne Daevid Allen, cantante e chitarrista, membro fondatore di uno dei più particolari ensemble che la storia del rock ricordi.

A differenza della precedente uscita (2032) la formazione non comprende più il grande Steve Hillage; in compenso è sempre presente la compagna di Allen (Gilli Smyth, ottantunenne !! ) ed un gruppo di musicisti più giovani tra i quali il figlio Orlando Allen alla batteria, Kavus Tobabi (chitarrista dei Knifeworld), Dave Sturt al basso, Ian East (sax e flauto) ed il chitarrista brasiliano Fabio Golfetti.

La produzione è a cura di Orlando Allen.

Come premesso cambiano alcuni degli interpreti ma il marchio di fabbrica resta quello ben noto, la traccia sonora dei Gong ed il suo racconto psichedelico rimangono intatti. Un’ora di musica punteggiata dei suoni e colori che hanno reso proverbiale la band, con cui vengono espresse onestà e coerenza, magari tra qualche alto e basso accettabile.

Il nuovo “viaggio” si apre con la title track che riporta subito alla memoria tanti passaggi del passato, veloce, un pò sghemba, caratterizzata dagli interventi dei fiati e dalla voce scanzonata di Daevid Allen. Da qui si parte e ci si muove attraverso numerose tangenti, come d’uso il percorso è irregolare, imprevedibile, quasi ammantato di casualità.

Il ritmo grintoso e serrato della crimsoniana Occupy, inframezzata da lancinanti e poi morbidi sezioni di sax; la groove suadente e le voci sognanti di When God Shakes Hands With The Devil; la ritmatissima e space rock  The Eternal Wheel Spins dove comincia a farsi largo la chitarra; i sospiri ed i refoli di Gilli Smyth ad introdurre la percussiva Syllabub, coronata da un efficace solo del sax.

Questi a mio avviso alcuni dei migliori passaggi dell’album, cui comunque si possono aggiungere comunque quasi tutte le altre tracce. Fatta eccezione per This Revolution (forse old style all’eccesso) ed il breve filler A Brew Of Special Tea, il resto del programma non delude, in puro stile Gong e sorprende anche la capacità di musicisti più giovani nel riuscire ad adeguarsi così da vicino al modello originale.

Voglio comunque almeno ricordare Zion My T-shirt, dal mood malinconico e le due tracce più lunghe: Thank You, episodio psichedelico dal sapore fine anni ’60 e la conclusiva Shakti Yoni & Dingo Virgin, per certi versi la summa di un intero mondo musicale e a questo punto, chissà, forse di un’epoca.

Già, perché anche se quando si tratta di questi “ragazzi” niente è già scritto, l’età di Daevid Allen e signora comincia a diventare importante e dunque non è certo (pur se auspicabile) che ci possa essere un seguito a questo lavoro.

I See You comunque è un album per certi versi stupefacente (la longevità della tessitura sonora) e per altri prevedibile, proprio in virtù della traiettoria sempre mantenuta dalla band; relativamente alla loro discografia, pur trattandosi di un valido episodio, non aggiunge molto alla loro opera ma se comparato ad altre uscite dei gruppi più o meno coevi ancora in azione…risulta vincente !

Max

 

 

 

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