frontQuattro album incisi in sette anni, in un costante crescendo; questo è stato sin qui il percorso discografico degli olandesi Silhouette, gruppo neo prog che si rifa al versante sinfonico (Genesis, Marillion, IQ, Big Big Train) con una impercettibile spruzzata di tinte psichedeliche. In materia forse è già stato suonato tutto ed il rischio di ripetersi quasi alla noia, è davvero palpabile; difficile apportare qualcosa di nuovo o diverso in questo segmento, forse uno tra i più inflazionati e/o saccheggiati nei decenni.

Cosa rimane allora ? Non molto, probabilmente. Aggrapparsi ad una buona dose di gusto, ad una perfetta scelta dei suoni, possibilmente al timbro incisivo ed intenso di un dotato frontman, riuscire ad indovinare ancora delle linee melodiche vincenti senza che queste richiamino all’eccesso quanto fatto in passato.Infine, ma prima di tutto in ordine di importanza, tentare di personalizzare un  minimo la proposta, aspetto che può divenire determinante. Su quest’ultimo versante la band di Utrecht aveva a mio avviso sin qui zoppicato; anche il penultimo (e ben accolto tutto sommato) Across The Rubicon, pur mostrando un grado di maturazione maggiore, era forse ancora troppo legato a certi stilemi del passato e mancava di personalità, un lavoro discreto ma in parte ancora schematico.

Oggi, a due anni e mezzo di distanza, mi sento di poter dire qualcosa di diverso con Beyond The Seventh Wave, il nuovo album pubblicato da Freia Music.

La formazione si è allargata a cinque elementi ed ha contestualmente sostituito il batterista con l’avvento di Rob van Nieuwenhuijzen. Un chitarrista (Daniel van der Weijde) ed un nuovo bassista (Jurjen Bergsma) si sono aggiunti ad accompagnare i “soliti” Erik Laan (tastiere e voce) e Brian de Graeve (voce e chitarra).

Ospite di rilievo il tastierista dei KayakTon Scherpenzeel.

I primi due terzi del lavoro sono di ottima fattura e denotano l’accresciuto spessore della band. Un breve ma sontuoso prologo affidato a keyboards, chitarra e al timbro alto del cantante (Prologue), confluisce poi nella breve ma efficace strumentale Betrayed. Di qui prende il via Web Of Lies, una mini suite divisa in due parti.

La prima (The Vow), più corposa, rivela chiaramente l’appartenenza di genere ma è senz’altro uno dei passaggi meglio riusciti, alternando fasi molto dinamiche ad altre di attesa; il sound fluisce sicuro, continuo, rotondo, senza incertezze; la costruzione appare interessante e coinvolgente, grazie anche ad un fulminante solo di chitarra conclusivo.

La seconda parte (The Plot) ammorbidisce i toni, tratteggia un’atmosfera più compassata sino a trovare la chiusa del piano.

Dolce, malinconica e densa emotivamente, In Solitary conquista immediatamente per la profondità e la solennità conferita dal piano. Un brano che va a pescare indietro, a certe atmosfere dei Procol Harum, modificandole e trattandole con sonorità di stampo neo prog. Imperdibile il solo della sei corde di van der Weijde.

Un momento sorprendente, suoni duri, increspati, un episodio quasi in stile prog metal o comunque vicino agli ultimi IQ; la strumentale Escape colpisce per la diversità e per come, alla fine, riesca a risultare convincente.

Con oltre dieci minuti di durata Lost Paradise si pone all’attenzione come un brano impegnativo. In realtà si tratta di una mid tempo ballad piacevolissima, congegnata in modo lineare ma a suo modo epica. Le parti soliste risultano ben distribuite e bilanciate e su tutto vanno sottolineate la positiva prova del singer ed il lavoro immenso delle tastiere.

Una reprise di Betrayed, appena accennata, conclude un lavoro sin qui ampiamente positivo.

Il trittico di brani che chiude l’album, a mio parere, non brilla invece di luce abbagliante pur mantenendosi oltre la sufficienza. Devil’s Island, arricchita dal suono di un clarinetto e di archi, prosegue il suo cammino un poco piatta, appesantita forse da una durata eccessiva e da un arrangiamento non troppo centrato.

Decisamente più movimentata la title track che trova una migliore quadratura, evidenziando l’ottimo lavoro della ritmica. Ficcanti segmenti delle tastiere dettano la melodia, nuovamente accompagnati dagli archi.

Wings To Fly chiude invece in maniera stiracchiata, senza particolari emozioni

E’ avvenuta dunque una mezza rivoluzione che ha portato evidentemente a risultati concreti; infatti, se il quintetto avesse optato per un lavoro leggermente più sintetico, la qualità del disco si sarebbe ulteriormente innalzata. Ad ogni modo credo di potere affermare che Beyond The Seventh Wave sia il miglior album inciso sin qui dai Silhouette, niente di sbalorditivo ma merita senza dubbio una chance.

Max

 

 

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