Barracuda Triangle Electro Shock Therapy 2014

Pubblicato: novembre 29, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontSe è spesso intrigante accostarsi alle nuove proposte, non è certo da meno seguire le nuove ed alternative traiettorie intraprese da musicisti noti e nel pieno della loro carriera; è questo proprio il caso di Barracuda Triangle, il side project costituito da tre/quinti dei Flower Kings.

Jonas Reingold, Tomas BodinFelix Lehrmann hanno messo in piedi un prog power trio dal suono molto particolare, piuttosto distante da quello della casa-madre, debuttando con un album intitolato Electro Shock Therapy. Incursioni fusion, psichedeliche, una buona dose di sperimentazione, per un lavoro interamente strumentale che potrei definire avant prog.

La forza dirompente della ritmica è qui accompagnata solo dal piano e le tastiere incandescenti di Tomas Bodin, cui si aggiunge in buona parte anche il basso dell’eclettico e immenso Jonas Reingold a dettare talvolta le linee melodiche. Molto della costruzione si gioca dunque in un ambito ristretto dal punto di vista strumentale ma non per questo meno interessante, gli spunti felici non mancano e quel che balza all’occhio è proprio la qualità assolutamente originale della proposta.

Non ci sono le consuete scorribande della chitarra di Stolt, nè il contributo musicale e vocale di Fröberg; il prog largo e sinfonico del gruppo svedese viene in questa occasione accantonato per lasciare spazio ad un percorso musicale davvero a sé stante, sicuramente meno intuitivo e confortevole ma altrettanto stimolante. Allo stesso modo non sono più di tante le analogie pure con i Karmakanic con i quali forse condividono però il ruolo predominante della sezione ritmica.

Nove brani di durata media tranne un episodio più breve, mancano suite o comunque brani dilatati allo spasimo; tracce di NiacinKing Crimson, ELP, degli stessi Karmakanic, si inseguono e si fondono tra loro, guidate quando dalla magia delle note del piano, quando da un furioso crescendo di basso e batteria. Al solito, l’assenza di parti cantate forse può rappresentare un limite: personalmente trovo che quando la “stoffa” è di questo livello si possa anche soprassedere, pur ammettendo che un pizzico di “spezie” possa inevitabilmente venire a mancare.

In un crogiuolo di input e sonorità differenti, si passa inizialmente da superfici abrasive e ispide come per il brano di apertura (Black Days), sospeso tra aneliti “cremisi” e puntate nel mondo di ELP; qui Bodin folleggia tra Hammond, mellotron e synth, spalleggiato e sostenuto dal duo ritmico.

Ulteriori increspature si fanno largo inizialmente con Tumoro, ben presto si trasformano in una sorta di psychedelic  fusion dove cominciano ad emergere il drumming del batterista tedesco e la possanza del basso di Reingold. Un ritmo spiralico, ipnotico, in grado di sprigionare però improvvise ed incredibili accelerazioni.

Momenti di grande intensità, atmosfere dense ed inquiete come nella bellissima Acid Rain, composta di un fitto dialogo tra piano e basso fretless impreziosito poi dall’ingresso delle tastiere e della batteria. Uno scenario notturno, drammatico, molto lontano dai suoni abituali dei musicisti ma veramente in grado di emozionare.

Caressing The Moment In Tranquilized Ecstasy ritrova alcune aperture più tipicamente progressive, tra paesaggi in divenire, in continuo mutamento. Una seconda fase che si introduce quasi space rock, in stile Hawkwind, si raccorda poi con il tema iniziale e va sottolineato il lavoro incredibile alle pelli di Felix Lehrmann.

Un piccolo bozzetto, un lento e breve acquerello di una malinconia disarmante; il piano di Bodin declina così, solennemente, Tears In Blue Rain la cui tristezza è in grado letteralmente di annichilire.

E’ ancora il basso fretless ad introdurre la seguente title track; il pezzo è permeato di una fusion di matrice dark, suoni scuri ed irregolari sino ad un primo,improvviso e sconvolgente break. Tocca quindi al piano indicare il percorso sonoro, sostenuto in successione dalle altre keyboards. Qui la musica tende ad avvitarsi un pò su sé stessa, l’impianto proposto avrebbe forse richiesto uno svolgimento più breve, alleggerendolo.

Al contrario, Too Much Therapy (altrettanto estesa), riesce a catturare più a fondo l’attenzione con un Jonas Reingold particolarmente ispirato e Tomas Bodin capace di colorare al meglio la tela con i suoi tasti. Al riguardo, risulta particolarmente riuscito un lungo “strappo” in stile emersoniano, capace di regalare notevole spinta e carattere al brano.

Strom esalta le qualità di Felix Lehrmann su di un drumming composto, non troppo esuberante ma di una notevole efficacia e precisione; lo stesso batterista invece trova maggiore sfogo nella seconda parte dove può lasciarsi andare con alcuni passaggi scintillanti. Epilogo travolgente in cui il trio offre uno dei momenti più brillanti.

A chiudere provvede come meglio non avrebbe potuto The Last One, una traccia emozionante che profuma di nostalgia dove, nuovamente, il bassista svedese recita il ruolo da protagonista.

L’esperimento Barracuda Triangle è dunque riuscito, la qualità del materiale proposto è sicuramente di ottimo livello e forse può anche sorprendere che tre musicisti appartenenti alla stessa band siano riusciti a mettere insieme un’idea così alternativa. Certo, alla lunga la mancanza di qualche inciso di chitarra e la totale assenza di parti vocali un piccolo conto da saldare lo presentano ma nel complesso, ripeto, il gioco vale la candela.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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