Peter Hammill …all that might have been… 2014

Pubblicato: novembre 30, 2014 in Recensioni Uscite 2014
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frontOscuro, cupo, impenetrabile, sperimentale, glaciale, minimale, fastidioso, scomodo…e potrei continuare a lungo. Non mi limito a scegliere uno degli aggettivi indicati, preferisco utilizzarli tutti perché ognuno di essi contribuisce a formare il quadro d’insieme che ho avuto ascoltando …all that might have been…, il nuovo album di Peter Hammill.

Un viaggio assurdo, surreale, una raccolta di piccoli frammenti (se ne contano ventuno) tesi a comporre un unico corpo; solo tre di questi raggiungono una durata “normale”.

Un eminente biografo italiano, da me interrogato al riguardo, ha descritto (tra l’altro) questo lavoro come “…più suono che musica. E’ come se fosse una forma di espressione completamente nuova..”. La definizione mi trova concorde ma rimane il fatto che mi resta difficile persino trovare le parole per raccontare a dovere questo disco.

A memoria non ho ricordo di un episodio simile nella infinita discografia hammilliana e, di certo, siamo distanti anni luce dal precedente Consequences e dal successivo lavoro realizzato con Gary Lucas.

Il senso di angoscia, di disagio, di inadeguatezza; la percezione dei propri limiti ed il rischio di venirne travolti, soccombendo ad un mondo, una società, dove i rapporti umani divengono spesso aridi e difficili. Sono queste alcune delle principali tematiche che permeano da sempre il DNA musicale di Hammill, più volte è stato sottolineato.

 Questa volta il leader dei Van Der Graaf Generator è andato ben oltre ed io, personalmente, non mi vergogno a confessare che faccio estrema fatica a seguirlo.

La valenza dei testi, spesso preponderante sull’aspetto musicale, non è una novità per coloro che seguono da sempre la traiettoria di PH ma in questa occasione il confine non viene varcato, viene travolto; suoni minimali, ridotti all’osso, alcuni provenienti dal Giappone (frutto di una permanenza nel paese del sol levante) che vanno a costituire una serie di veloci fotogrammi di una pellicola, collegati dunque tra loro e da scandire in sequenza sino al termine.

Inklings, Darling, Alien Clock e Rumpled Sheets sono i passaggi più abbordabili, quelli che regalano una certa consistenza e dove il magico timbro di Hammill e le sue dirompenti ed istrioniche doti di interprete vengono forse meglio sostenute dal tessuto musicale.

E’ un percorso lastricato di ostacoli, la melodia spesso e volentieri è solo un pallido ricordo e, come ripeto, sovente l’impianto musicale è ridotto veramente al minimo. Le tracce oscillano più o meno intorno ai due minuti e spesso esprimono all’ascolto un senso di ostilità; ripetuti ascolti consentono di addentrarsi un po’ meglio tra le fitte maglie ma, a conti fatti, io non ci sono riuscito più di tanto.

Qualche eccezione agevola (He Turns Away, Piper Smile) ma in buona sostanza il lavoro, nella sua complessità, rimane poco accessibile.

Ho dalla mia un discreto curriculum alle spalle fatto di ascolti, concerti e soprattutto la tendenza ad accostarmi a ciò che può essere alternativo, se non necessariamente nuovo; ciò nonostante non riesco a trovare la chiave di volta per accedere in questo dedalo, in questo labirinto che Peter Hammill ha preparato diabolicamente e che, evidentemente, mi coglie impreparato.

Max

 

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commenti
  1. Paolo Carnelli ha detto:

    Ottima recensione, che condivido. Potrei solo consigliare l’ascolto del secondo cd, quello denominato “songs”, contenuto nell’edizione in box, dove i brani sono ridotti a dieci… ma la sostanza non cambia

  2. Henry Lord ha detto:

    A R T E appunto e basta.

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