frontSe dovessi dare una definizione “all’ingrosso” dei Pallas mi sentirei di indicarli come una delle band più particolari e discontinue del firmamento neo prog; particolari perché pur collocati a ragione nel movimento, ne hanno costituito da sempre una versione a sé stante, atipica, attingendo nel tempo da più input sonori non esclusivamente provenienti da una matrice progressive. Discontinui perché a fronte di una carriera ormai trentennale, hanno (quantitativamente) prodotto poco, basti pensare che Wearewhoweare, il nuovo lavoro, è soltanto il settimo della serie.

Con il quintetto scozzese ci eravamo lasciati tre anni fa sulle note di XXV, un album in tutta franchezza onesto e poco più, privo di qualche acuto decisivo.Ritrovati gli equilibri, le idee evidentemente sono state messe meglio a fuoco e dunque posso anticipare sin da adesso che Wearewhoweare, pur essendo lontano dallo status di capolavoro, è sicuramente meglio costruito ed elaborato rispetto al predecessore.

La presenza di Paul Mackie si è fatta più consistente, meno “balbettante” se rapportata alla prima uscita e comunque rimane il fatto che sostituire il piccolo ma carismatico Alan Reed non è cosa semplicissima, proprio per come è riuscito a contraddistinguere nel tempo il sound della band.

Permane la consueta apertura verso intuizioni musicali di origini differenti e dunque si conferma quella che resta la peculiarità della band; in questo caso però gli spunti sono stati assemblati con una migliore efficacia e resa.

Otto i brani contenuti, aperti dalla possente ed incalzante Shadow Of the Sun, Un passaggio tirato e lievemente cupo, nel quale si mettono in ottima evidenza il basso di Graeme Murray e la batteria di Colin Fraser; grande impatto per una partenza bruciante, una outro pregevole a cura della chitarra di Niall Mathewson.

La ricerca delle sonorità più care, un velo di nostalgia, l’ottima prova del singer; in questo modo viene confezionata forse la migliore song del lotto, di certo quella più emozionale. New Life farà la felicità degli appassionati più ortodossi e meno inclini a variazioni, consegnandoci un formato dei Pallas più vicino agli esordi. Tanta chitarra, a tratti struggente in gilmour style, a contrastare un’atmosfera tenebrosa.

Harvest Moon tratta il tema del fato, del destino di ognuno e ne è autore il tastierista Ronnie Brown. Andamento lento, quasi spettrale, ancora una volta colorato da tinte notturne, spezzato (temporaneamente) da un furioso ingresso della ritmica; questa “intenzione” si mantiene per circa due terzi del pezzo, per poi lasciare spazio ad un finale in crescendo, sinfonico.

Gli stessi protagonisti hanno definito And I Wonder Why come “uno strano ibrido” ed in effetti così è: su una base molto ritmata (gran lavoro del basso), si esprimono la chitarra e sopratutto la voce di Mackie a guidare la melodia. Uno strappo solitario della sei corde anticipa un epilogo scoppiettante.

Dominion è la traccia più lunga, anch’essa opera del tastierista. Su di un testo amaro ma al tempo stesso quasi mistico, si snoda una trama musicale composita, articolata, a mio parere forse a tratti un pò slegata e frammentaria. Un break del piano crea quindi un mood più raccolto, dopo di che un solo hendrixiano della chitarra lancia il brano per una nuova tangente.

Ancora linee di basso marcate per la seguente Wake Up Call. Un testo con velati riferimenti all’attualità sociale e politica, l’ingresso in sottofondo di suoni elettronici, note distorte ed esasperate della chitarra di Niall Mathewson. Uno strano “calderone” sonoro che se di primo acchito può lasciare frastornati, proseguendo con l’ascolto si fa apprezzare.

In Cold Blood ritrova atmosfere simili ad Harvest Moon, Un sentore più calmo, quieto ed avvolgente, lo splendido timbro del piano elettrico, una sensazione di profondità nella quale lentamente soccombere. Emozionante.

Winter Is Coming, brano conclusivo, è in realtà un’aspra metafora basata su alcuni importanti avvenimenti politici degli ultimi anni. Musicalmente qui i Pallas propongono un vero e proprio pastiche; partendo da un imprinting progressive, vanno poi a lambire rivoli reggae, electronic, heavy prog, in un crescendo di tensione ed emotivo.

Senza dubbio meglio la prima metà del disco mentre la seconda va in leggero calando; nel complesso dunque una prova discreta. I Pallas recuperano parte di quelle idee ed energie che parevano andate smarrite e con Wearewhoweare a mio avviso si ripropongono all’attenzione degli appassionati. Sono probabilmente rimasti indietro rispetto ai gruppi loro coevi ma sembrano dare cenni di risveglio.

Max

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...