frontBand estremamente produttiva e dal seguito fedelissimo ed appassionato, Beardfish si ripropongono ad un anno e mezzo da The Void con il nuovo album dal titolo +4626-COMFORTZONE che porta il totale a otto uscite in appena dodici anni; un ruolino di marcia sempre più ragguardevole.

Fedeli a loro stessi, i quattro di Gävle proseguono il viaggio attraverso un prog eclettico che ha oramai sfrondato in buona parte le iniziali reminiscenze degli anni ’70 per forgiare un proprio stile, quanto mai personale e coinvolgente, in certi casi però un pò labirintico e non così immediato da afferrare.Beardfish rimangono probabilmente tra i gruppi più originali e particolari dell’ultimo decennio ma, come avevo già avuto occasione di rilevare, la loro estrema prolificità non sempre corrisponde ad altrettanta qualità (opinione del tutto personale). Prendendo spunto infatti dagli ultimi lavori, il “grafico” che ne esce risulta a mio avviso altalenante, alternando ottime intuizioni a momenti che mi hanno lasciato in parte perplesso.

Questo andamento discontinuo lo ritrovo puntualmente in +4626-Comfortzone, anzi a dirla tutta in misura addirittura più marcata ma…andiamo con ordine.

Dieci i brani in programma e tra questi uno (the One Inside) diviso in tre frammenti, posti come intro, centro e outro dell’album. La durata dei pezzi è molto varia come di consueto, arrivando ai 15 minuti abbondanti di Ode To The Rock ‘N’ Roller. Un’ora abbondante lo svolgimento totale.

La mente, l’anima, le proprie radici, i condizionamenti ricevuti, l’indole di ognuno: questi gli aspetti principali esplorati e messi sotto la lente di ingrandimento da +4626-Comfortzone. I testi sono stati curati principalmente da Rikard Sjöblom, cantante e tastierista del quartetto.

Dando uno sguardo d’insieme ritengo migliore la seconda parte del disco, molto più coesa ed incisiva; la prima invece avanza a strappi, perdendo energia (forse) fra troppe intuizioni distanti tra loro.

Apertura riservata al primo e brevissimo segmento di the One Inside, dall’esplicativo sottotitolo Noise In The Background.

Segue il brano più convincente del primo lotto, Hold On, episodio che potrei definire emblematico per indicare il sound del gruppo, Refoli degli Yes ancora in sottofondo ma poi si fa largo prepotentemente lo stile del gruppo svedese, tra momenti sognanti bruscamente interrotti da vertiginose accelerazioni. Si segnala immediatamente il lavoro capillare, incessante della ritmica con il basso di Robert Hansen spesso protagonista.

La title track vive un avvio vagamente crimsoniano cui si sovrappone un ritmo accentuato; l’ingresso della voce e quello successivo del piano declinano la melodia guida. Qualche cambio di ritmo, degli sprazzi più vitali, nel complesso si tratta di un episodio piacevole ma privo del guizzo decisivo.

Can You See Me Now rimane per me una specie di oggetto misterioso, uno strano pastiche piuttosto piatto e prevedibile che nonostante gli ascolti non decolla, probabilmente il momento più basso del disco.

Si rialzano parzialmente le quotazioni con la successiva King, tirata e più aggressiva, dove tra l’altro si comincia a fare sentire maggiormente la chitarra di David Zackrinsson.

Fino a questo momento pollice verso ma di qui, gradualmente, +4626-Comfortzone va a migliorare, a compattarsi.

Sotto l’arpeggio di un’acustica parte bene infatti la seconda sezione di the One Inside, sottotitolata My Companion Throughout Life. Una dolce ballad appena ritmata con in assoluto primo piano la voce di Sjöblom.

Con un incipit mordace giunge Daughter / Whore, vagamente in odore di power metal almeno per le prime battute; strana dimensione per i Beardfish ed infatti il pezzo vira rapidamente verso un’intenzione prog metal sicuramente più vicina al sentore del gruppo. Traccia dai tratti più arcigni, per certi versi interessante ma raramente in grado di decollare.

E’ il turno quindi del pezzo più ambizioso per durata e contenuti, Ode To The Rock ‘N’ Roller. Qui probabilmente la band riesce ad offrire il meglio, grazie a varietà, gusto e precisione, sfornando una prova all’altezza del proprio valore. Un lungo avvio strumentale, fitto ed intricato, prepara l’ingresso del singer, qui con un’ interpretazione quasi da storyteller alla James Taylor. Un break imposto dall’organo conduce poi verso una corposa fase più mossa che va, via via, ad aumentare il regime di rotazione sino a ricordare certo hard-prog-rock in stile Uriah Heep.

If We Must Be Apart (A Love Story Continued) trova giusta tensione ritmica, un buon lavoro della chitarra ma una linea melodica piuttosto fragile, prevedibile. Lo sviluppo del brano vede un fitto dialogo tra il basso e la batteria di Magnus Östgren grazie al quale acquista spessore; rimane però discutibile il motivo guida.

Il terzo e conclusivo frammento di the One Inside (Relief) si evidenzia come il migliore momento da un punto di vista melodico e del mood di tutto il lavoro. Un arrangiamento curato e mirato provvede alla completa quadratura del cerchio.

Strane sensazioni provengono dagli ascolti (già numerosi mentre scrivo queste note) di +4626-Comfortzone. Non ho alcuna intenzione di mettere in discussione i Beardfish, autori già di ottime prestazioni; questo disco però non mi convince, non mi entusiasma e, sopratutto nella prima parte, stenta abbastanza. Si riprende con buona lena al giro di boa ma mi lascia comunque un senso di delusione.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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