frontDue anni e mezzo dopo This Time It’s Personal e con l’intermezzo di un sostanzioso EP (Clear), ecco in uscita il terzo album dei Periphery del chitarrista Misha Mansoor. Il progetto è oltremodo ambizioso perché alla resa dei conti si tratta di un doppio album diviso in due dischi intitolati Juggernaut: Alpha Juggernaut: Omega, pubblicati per Century Media.

Formazione invariata, il solito sestetto abrasivo dotato di una forza d’urto devastante grazie al suono oscuro, compatto e martellante delle tre chitarre e di una ritmica impressionante; gli ingredienti che hanno portato progressivamente alla ribalta la band del Maryland ci sono tutti, confermati al cento per cento.La caratteristica per la quale si sono sin qui distinti i Periphery è proprio quel wall of sound che sono in grado di costruire, implacabile e senza cedimenti; il problema può nascere quando sulla lunga distanza si debba tentare di portare delle variazioni, degli elementi nuovi e diversi per far sì di non divenire ripetitivi applicando ferocemente il loro djent metal.

Questa è in fondo la sfida principale nel pubblicare un lavoro doppio (ancorché diviso) di questo tipo e dunque andiamo a cercare di capire da vicino come è andata.

Juggernaut: Alpha.

Ispirato, granitico, mordace: questa in sintesi la valutazione del primo dei due album nel quale, qua e la, si affacciano timidamente degli sguardi al di la dell’orizzonte sonoro conosciuto. Timidi accenni, piccoli segnali ma ad un ascolto attento sono percepibili.

Dieci le tracce che compongono Alpha per una quarantina di minuti vissuti a 300 all’ora, riuscendo però a coniugare quantità e qualità; le doti tecniche di questi giovani musicisti americani non tardano ad emergere e sin dalle prime note dell’ottimo brano di apertura (A Black Minute) si avverte il desiderio di cominciare a spostare di tanto in tanto il tiro. Andamento malinconico, quasi crepuscolare, prima dell’esplosione guidata dalla voce di Spencer Sotelo.

A seguire la prima di una serie di mazzate (MK Ultra), breve ma davvero esasperata; quando tutto sembra sul punto di scoppiare…una chitarra jazzy, pulita, per un mood che chiude quasi latin (sorprendente).

Altro pezzo davvero notevole è Heavy Heart dove il sound prende una piega forse più vicina al prog metal, esiste un filo melodico più semplice da afferrare ma di certo non mancano variazioni e coralità.

Un breve ma intenso passaggio strumentale (The Event) guida ad un altro momento molto interessante, The Scourge. Sotelo alterna voce clean ed harsh, il pathos cresce man mano ed il brano mantiene un andamento altalenante tra lunghe pause “preparatorie” ed eruzioni incontenibili. Un epilogo melodico spiazza nuovamente.

Sparata ma più immediata arriva la title track. Quindi 22 Faces (un gancio di incontro), Rainbow Gravity (un’ulteriore mazzata con uno sviluppo imprevedibilmente largo e crescente) ed infine due ottimi passaggi; il primo, strumentale (Four Lights), vive una breve fiammata ma di rara potenza.

Il secondo e conclusivo, dal titolo Psychosphere, completa al meglio questo primo Cd; un brano carico di energia e con un pathos crescente, caratterizzato da improvvise accelerazioni.

Juggernaut: Omega.

front

Sette i pezzi in scaletta per una durata di poco inferiore al precedente.

Una rapida introduzione (Reprise) per tuffarsi a capofitto dentro The Bad Thing che ricomincia a menare pesanti fendenti; pezzo duro, tagliente e vagamente ipnotico, un altro spaccato della potenza di fuoco della band americana. L’epilogo vede una fase ancora concitata ma più abbordabile da un punto di vista melodico, con un finale sfumato.

Un veloce arpeggio dell’acustica apre Priestess, cinque minuti nei quali i Periphery allentano (parzialmente) la tensione per lasciarsi andare ad un mood più rilassato, “largo”. Belli gli intrecci cristallini tra le chitarre, stacchi e ripartenze si susseguono in modo continuativo e piacevole.

Seguono due traccianti di rara potenza e aggressività. Graveless, sparata a tutta forza e velocità, come a spirale nel suo sviluppo. Hell Below oscura e senza pietà, permeata di vera cattiveria sino all’epilogo incredibilmente… fusion. Due momenti tirati allo spasimo che però, a mio parere, segnano una costruzione ripetitiva.

Da qui, con il piano e poi un irruzione simultanea delle chitarre, comincia Omega, la traccia più lunga ed articolata del secondo Cd. Totalmente calati nel genere, i Periphery esplodono raffiche sonore a ripetizione e grazie a sapienti pause riescono a creare la giusta tensione. Ampio spazio a sezioni soliste, un drumming martellante e costante come un motore, la voce del singer che riesce ad emergere, a non rimanere travolto da un vero e proprio assalto sonoro.

La sezione finale si addolcisce, l’atmosfera viene stemperata da chitarra e piano per poi planare con leggerezza sul finale, ritrovando il respiro.

A chiudere arriva Stranger Things, giusto compendio di tutto quanto messo sul piatto in questa occasione dalla band. Ritmo serrato, stringente, i consueti break (sospesi), ad anticipare furiosi allunghi.

Questa dunque la cronaca. Nella sua globalità Juggernaut è senza dubbio un’ ottima prova dove i Periphery (voglio ricordarlo, ancora molto giovani) sfoderano gli artigli lasciando una convincente impressione con Alpha ed un retrogusto leggermente più amarognolo con Omega. Dilatando i tempi e la durata a due album, inevitabilmente col secondo giunge un senso di ripetitività; forse è troppa la carne messa al fuoco.

Credo che si fossero limitati al primo Cd, magari leggermente ampliato, potremmo parlare senza dubbio del loro migliore lavoro; nella versione completa, alla lunga, perde qualcosa in creatività.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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