frontIl nutrito filone del neo prog britannico (scozzese nella fattispecie) si arricchisce di un’altra unità denominata Grand Tour, un quartetto formato da alcuni elementi ben noti nel giro.

Il tastierista Hew Montgomery (già con i Abel Ganz) ha pian piano radunato intorno a sé Bruce Levick (batteria),  Joe Cairney (voce) e Mark Spalding (chitarra) che sono il nucleo dei Comedy of Errors, per dare vita a questo nuovo progetto con cui pubblicare proprio in questi giorni il primo lavoro intitolato Heavy on the Beach.

Lo stesso Montgomery nell’occasione si disimpegna anche al basso.In questi casi non è mai semplice pronunciarsi perché se da un lato gusto, abilità ed esperienza non mancano, è pur vero che si rischia di riproporre trame scontate e soluzioni prevedibili, andando a risvegliare quella fastidiosa sensazione di deja vu entro la quale finiscono per avvitarsi spesso le nuove formazioni.

Heavy on the Beach, mixato da Rob Aubrey, propone otto tracce tra le quali spiccano per la robusta durata le tre conclusive; il sound è immediatamente catalogabile, senza particolari sorprese e dunque la partita si gioca sulla capacità dei quattro musicisti di non ri-scrivere l’ennesima pagina di genere, per quanto ancora gradevole.

Avvio soft con l’avvolgente It’s Come To This che mette in evidenza subito la voce di Joe Cairney, tra cascate di tastiere ed un’atmosfera morbida.

Seguono la prima parte di The Grand Tour (carica di riferimenti “classici” tra interventi della chitarra, il gran cucire delle keyboards ed una ritmica molto dinamica) e poi Time Runs Out, segnata inizialmente da suoni d’antan ed infarcita da frequenti e serrati cambi di ritmo. Proprio con questo brano però, lentamente, l’album comincia a prendere quota, a salire di livello.

The Horn Of Plenty nasce e si sviluppa come una tipica (e un pò scontata) prog ballad. Sono il piano e le tastiere a guidare il brano sino al ruggito della chitarra di Mark Spalding. Prog molto melodico con evidenti sprazzi sinfonici, piacevole sopratutto nell’epilogo strumentale.

Si prosegue con Little Boy And The Fat Man, una costruzione fitta ed in crescendo che vede gli strumenti, uno ad uno, assurgere al ruolo di protagonista. Un passaggio strumentale davvero di buona qualità, chitarra in primo piano.

On the Radio, il primo dei tre lunghi pezzi conclusivi, è quello che regala migliori soddisfazioni. Un’appassionata interpretazione vocale di Joe Cairney, pregnanti interludi delle tastiere, numerosi cambi di ritmo; pause estremamente evocative, interventi importanti della chitarra, un finale epico L’intero armamentario progressive viene sciorinato con dovizia e gusto.

La title track pesca a piene mani nei ricordi sonori di qualche decennio fa; una lunga digressione strumentale apre per una linea melodica vocale un pò debole. L’alternarsi delle fasi fa preferire le sezioni strumentali le quali, pur se costruite in modo canonico, scorrono bene. Tempi più brevi forse avrebbero favorito un esito migliore.

La seconda parte di The Grand Tour, 14 minuti di durata, completa il quadro. Molto meglio Cairney in questo frangente, il sound prende corpo, vigore, grazie anche ad un intervento deciso della chitarra; consueti tappeti di keyboards, differenti stati d’animo che si succedono senza sosta, qualche svolazzo di Hew Montgomery sullo stile di Rick Wakeman, un segmento conclusivo davvero evocativo, corale.

In questo frangente l’esperienza aiuta e dunque ne viene fuori un album piuttosto godibile, pur se assolutamente inserito nel solco di appartenenza; una partenza lenta, quasi stentata, fa da preludio ad un ampio e piacevole recupero, con qualche episodio di grana fine che ho cercato di segnalare.

La sintesi è un dono innato che, per contro, pare non sorridere ai Grand TourHeavy on the Beach soffre un pò a parer mio sulla lunga distanza, proprio per l’eccessivo dilatarsi di alcuni brani nei quali, quanto meno, si sarebbe potuta tentare qualche diversa definizione.

Un lavoro ad intermittenza, a tratti manieristico, tra pause e qualche vertiginosa impennata ma di sicuro apprezzabile dagli irriducibili del genere.

Max

 

 

 

 

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