No More Pain The Post Human Condition 2015

Pubblicato: febbraio 12, 2015 in Saranno famosi
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frontAvviso ai naviganti; ecco una band ed un album che, pur non essendo affatto rivoluzionari, portano almeno con sé il germe di qualcosa diverso, alternativo. The Post Human Condition è infatti il secondo lavoro degli americani No More Pain, quattro ragazzi provenienti dal New Jersey che tornano alla carica dopo l’esordio di due anni fa.

Il tratto distintivo del quartetto sta nel miscelare un orientamento chiaramente progressive con inflessioni alternative rock, in certi passaggi in odore quasi grunge; detta così può sembrare strana, incomprensibile ma bastano un paio di ascolti perchè il quadro si faccia più chiaro.

Questa sorta di trapianto musicale, come vedremo, non avviene in un baleno o in modo diretto; i quattro infatti scelgono di cominciare il disco in un mood neo prog e quindi man mano che avanzano cominciano a spostare il tiro, intersecando i due percorsi in maniera molto efficace, senza creare stacchi netti che alla resa dei conti si trasformerebbero in fratture profonde.

Ne viene fuori un heavy prog abbastanza sui generis che credo meriti attenzione; Rush, Echolyn, il neo prog inglese e…Alice In Chains i loro riferimenti. La formazione si è rinnovata e vede adesso Mike Roman (chitarre e voce), Dan Rainone (batteria e voce), Matt McDermott (tastiere e voce) ed il nuovo entrato John Moroney al basso.

The Post Human Condition è un album che mette in evidenza un gruppo giovane ma già con le idee chiare, in grado di richiamare sonorità classiche con ottima cifra tecnica, rielaborando in chiave statunitense; notoriamente il piglio e l’energia delle band d’oltre oceano sono sensibilmente diversi da quelle europee ed anche in questa occasione la sottile differenza non manca di farsi apprezzare.

La prima parte del disco è quella più vicina agli stilemi canonici di certo prog sinfonico, pur reso particolarmente dinamico. Nascency infatti rappresenta un avvio strumentale soffuso ed epico al tempo stesso, con un’intro molto Genesis.

All As One ne prosegue l’evoluzione con l’arrembante chitarra di Mike Roman in primo piano; inizia anche la prima parte vocale con un possente impasto a tre. Ritmica scoppiettante come nella migliore tradizione, gran lavoro del piano e delle tastiere.

Basso pulsante ad aprire per Behold The Screen che riporta alla mente (solo inizialmente) qualcosa dei primi Floyd. Si cominciano poi a captare contaminazioni con un sound decisamente più a stelle e strisce ed inusuale in questo ambito.

E’ il piano con un bell’arpeggio a guidare The Spiral, una prog-ballad circolare che tiene fede al titolo; la prosecuzione si tinge di colori e suoni scuri, minacciosi.

Il momento più altamente “prog” inteso in senso strettamente ortodosso, per tipologia di suoni, costruzioni e sensazioni che ne derivano, è sicuramente rappresentato da Shrine Of Pearl. L’atmosfera è assoluta padrona del brano, il solo della chitarra di Roman è da incorniciare.

God In The Glass mette in risalto nuove incursioni alternative, pur rimanendo su di un regime di rotazione contenuto; buona ballad dal sapore particolare, sanguigno, mi viene da dire very american.

Primo brano corposo (10 minuti), Bleed sprigiona forza ad ogni passaggio, andando a lambire in alcune occasioni riff prog metal ma è qui, sopratutto, che trovo percepibili richiami a band come AIC. La fase centrale vede un ritorno di trame intricate, il drumming di Dan Rainone si fa inarrestabile e composito; il segmento conclusivo riprende ed amplifica il mood iniziale sino ad un epilogo cupo.

Un altro strappo strumentale, un graffio procurato da un prog “pesante” e lacerante, ben strutturato e dove si intersecano tra loro diversi scenari sonori (Binary Annihilation Glitch), fa da ponte per l’arrivo di un altro brano di lunga durata: Mountains Of The Sky. Un incedere lento e costante viene interrotto da improvvisi lampi mentre il refrain ritrova vaghi echi Alice I.C. Si apre così una seconda parte molto più sostenuta, nella quale i No More Pain proseguono nella costruzione di questo estemporaneo mix.

Un’altra ballata, appassionata ed evocativa, che avrebbe potuto rappresentare la coda ideale del disco (Cosmic Trigger) sempre in chiave alternative e siamo già ad un’ora di musica.

A completare invece arrivano i 17 minuti di The Network, sicuramente il brano più ambizioso messo in campo. Strana scelta questa perché la traccia, sicuramente articolata, interessante e densa di spunti degni di nota, finisce a mio avviso per allungare in eccesso l’ascolto.

Per essere soltanto alla seconda prova i No More Pain dimostrano buona tecnica e carattere; intentare un’operazione sonora come la loro non è da tutti, il coraggio va premiato. The Post Human Condition si rivela un lavoro godibile dunque, in grado di incuriosire; unico neo una durata eccessiva.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. L’ennesima bellissima scoperta grazie a queste pagine… Grazie!

  2. Max scrive:

    Grazie a te Glauco !

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