frontNovità, conferme, qualche perplessità; tutto è concentrato all’interno di The Grand Experiment, il nuovo album che Neal Morse pubblica in questo caso come Neal Morse Band per Radiant Records.

La novità principale risiede nell’allargamento a cinque della band, a questo punto presumo ufficiale; al musicista e compositore americano, oltre ai fidati Mike Portnoy Randy George, si sono affiancati in pianta stabile i due collaboratori Bill Hubauer (fiati, chitarra e tastiere) ed il fulminante chitarrista e cantante Eric Gillette. Una scelta effettuata probabilmente a vantaggio di una maggiore coesione e stabilità.Le conferme vengono offerte, musicalmente, dall’ormai collaudato sodalizio artistico ed umano tra il tastierista ed il duo Portnoy (sopratutto, facile pensare pure ai Transatlantic) – George. Anni di convivenza sul palco e on the road hanno cementato un’intesa indiscutibile che traspare da ogni nota, da ogni accordo.

I dubbi, le perplessità (parlo ovviamente a titolo personale), sono legate invece all’ascolto dell’album ed alle sensazioni che ne derivano. The Grand Experiment prosegue sulla falsariga dei precedenti, riallacciandosi a Momentum e di li ripartendo. Ne ricalca in buona parte anche la formula con pochi brani, cinque in questo frangente, tra i quali una lunga suite a chiudere; come già per il predecessore e forse adesso ancor di più, ho come l’impressione che Neal Morse sia rimasto parzialmente imprigionato in questo tipo di elaborazione ed alla lunga, tenda a ripetersi.

Per contro questo disco è più sintetico dei precedenti, una cinquantina di minuti abbondante (se non vogliamo considerare il bonus Cd) e questo snellimento giova alla fruibilità.

Le note di accompagnamento dell’album raccontano di una band giunta in studio senza materiale pronto a disposizione, lasciando dunque spazio completo a fantasia ed improvvisazione; in queste condizioni è facile cogliere in particolar modo l’energia e la freschezza di Eric Gillette.

Entrando nel vivo dell’ascolto va segnalata la partenza a mille con The CallPortnoy non perde tempo e comincia a sciorinare il suo repertorio di meraviglie, il basso di Randy George si fa sentire con grande presenza, Morse compie furiose scorribande sulle tastiere. Si alternano come di consueto vari scenari, molteplici stati d’animo e dopo una pausa, introdotto dalle keys avvolgenti di Morse, sale al proscenio (incontenibile) la sette corde di Eric Gillette con un solo che annichilisce. Da notare, nel mentre, il lavoro monumentale di MP alle pelli per il pezzo che trovo più intrigante.

Title track tirata ed in perfetto Morse-style, giocata su di un minutaggio abbordabile. Il chitarrista comincia a farsi notare pure come vocalist in un brano davvero corale ed impetuoso, oltre che per il suo shredding; uno stacco vocale quasi alla Gentle Giant anticipa quindi la reprise del tema portante.

Chitarre acustiche ad introdurre Waterfall, una ballad cantata con il cuore in mano da Neal Morse. Molto pregnanti le parti vocali a disegnare una melodia morbida e nostalgica; a tratti emerge quasi un’analogia con certi impasti vocali di C.S.N. L’atmosfera creata è davvero unica per un sound tipicamente americano, impreziosita dall’inserto conclusivo del clarinetto.

Agenda credo vada ricordata come il più brutto pezzo partorito dalla mente di Neal Morse. Un rock senza capo nè coda, privo di carattere e con poca sostanza, un passaggio incomprensibile che se non altro vive di una durata limitata.

Come accennato non mancare una suite ed eccola dunque in conclusione, Alive Again, 26 minuti ben costruiti, utili a rilevare una panoramica della band. Un avvio morbido tra il piano ed il basso di Randy George tra qualche riverbero Yes e poi il brano comincia a prendere quota grazie a Portnoy Gillette. Il lungo pezzo ricalca le orme di molti altri simili; una robusta parte strumentale in grado di contenere numerose divagazioni e cambi di ritmo precede l’ingresso della voce di Neal Morse. In un crescendo al solito solenne si distingue, fiammeggiante, la chitarra dello scatenato Eric Gillette. Una sezione successiva dove tornano ad evidenziarsi incastri vocali molto ben riusciti frammisti a qualche suono scelto in modo un pò…arbitrario e poi il sound decolla con una seconda digressione strumentale.

Il segmento conclusivo vede come voce solista Gillette e si propone come il consueto approdo delle suite composte dal musicista statunitense, con una chiusa maestosa e sognante, corale, protesa verso l’alto e l’infinito.

Sicuramente siamo di fronte ad un album importante, The Grand Experiment non è quel genere di lavoro destinato a perdersi tra molti, né a rimanere inosservato. Sui musicisti e le loro qualità c’è poco da eccepire o aggiungere; ci sono alcuni brani che arrivano dritti al bersaglio (The CallWaterfall) e c’è, ora più che in passato, un chitarrista in grado di segnare il sound della band.

Affiora però per conto mio questa sensazione di prevedibilità, data da un modus operandi collaudato ma forse anche abusato. Un buon disco, suonato divinamente ma (forse) troppo rigidamente inserito in uno schema.

Max

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Max scrive:

    Max comprendo il senso delle tue parole rispetto ad una certa prevedibilità strutturale degli ultimi lavori di Neal, così come parzialmente capisco, vedi il discorso sulla suite Alive Again, una certa ripetitività a tratti.
    Trovo però che i lavori di Neal contengano spesso brani che, per dirla con semplicità, sono dannatamente belli, con armonie meravigliose, impasti vocali di rara bellezza e un’epicità e melodie, spesso, uniche.
    Mia personalissima visione d’insieme, se Neal fosse meno prevedibile a livello di strutture degli albums e meno ripetitivo a tratti…sarebbe il nuovo Deus of Prog.

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