frontUn ardito esperimento per i giorni nostri, quello messo in piedi dal duo francese Alco Frisbass che presenta il primo album, eponimo: unire in modo congruo e sensato tra loro matrici fusion, afflati del sound di Canterbury e qualche graffio in stile RIO. Una scommessa importante, resa ancora più al limite dal fatto che si tratta di un lavoro interamente strumentale, nel quale elettronica, strappi della chitarra, echi di violino e suoni programmati, si confondono tra loro supportati da ritmiche ben pronunciate.

I due protagonisti si dividono tra Parigi e Rennes e come ormai in uso oggi, grazie al supporto della tecnologia, hanno cominciato inviandosi file l’un l’altro sui quali cominciare a lavorare.

Fabrice “Chfab” Chouette (tastiere, chitarra e percussioni) e Patrick “Paskinel” Dufour (Fender Rhodes, tastiere, batteria) sono riusciti a coinvolgere nel loro progetto niente meno che il chitarrista dei White WillowJacob Holm Lupo (presente in due brani) ed il valente violinista italiano Archimede De Martini.

Alco Frisbass è dunque un lavoro molto particolare proprio per il sound che esprime, estremamente contaminato; refoli di Soft MachineHenry CowNucleusGong (per rimanere a grandi nomi del passato) vengono trasportati ed immessi in un canovaccio fusion moderno, in grado di non smarrire più di tanto il filo melodico. Un ascolto impegnativo dunque ma non freddo o distante, anzi, devo dire fluido e piuttosto coinvolgente.

Sei tracce per poco meno di un’ora di durata; per certi versi non è poco (nello specifico) ma posso assicurare che invece si tratta di materiale in larga parte interessante.

Larghissimo uso di tastiere e Fender Rhodes, livelli ritmici che si sovrappongono, mutano, si susseguono senza soluzione di continuità, in alcuni passaggi sono vere e proprie cascate di ritmo.

Una buona partenza grazie a La suspension de l’etherèenne dove subito un solo del violino si staglia su di un ritmo frenetico; stacchi e vibranti ripartenze si susseguono senza sosta in una girandola infinita. La seconda parte assume dapprima contorni sonori più canterburyani e prevede il primo segmento solista della chitarra di Jacob Holm Lupo. La fase conclusiva vede la reprise del tema iniziale.

Pas a Pas vede scendere in campo un uso maggiore dell’elettronica. Il sound per certi versi si contrae, inizialmente si fa meno brillante e pastoso per poi invece trovare ampiezza sulla falsariga delle antiche band di riferimento.

Induction Magnetique inaugura un trio di brani che rappresentano il fulcro del disco. Tastiere e piano elettrico in primo piano su di un ritmo circolare,ipnotico; ai consueti agganci aggiungerei qui pure un tocco di Caravan. E’ ad ogni modo la scuola inglese di quel periodo a fungere da modello per un brano molto ispirato.

Su coordinate ritmiche molto serrate scorre invece La danse du pantine, ottimo episodio in grado di catturare l’attenzione. Un break della chitarra, poco prima della metà e quindi una ripartenza molto frizzante, con un velo di psichedelia.

Escamotage chiude bene questo trittico, ponendo se mai ancor più in risalto la combinazione degli elementi sin qui sottolineati. Torna a recitare un ruolo importante il violino di Archimede De Martini, la chitarra si ritaglia uno spazio decisivo (Fabrice “Chfab” Chouette) e si crea un impasto di suoni crescente e più ampio.

A terminare Judit coupeuse de tete. Avvio felpato con Fender Rhodes e organo in bella evidenza, il suono di un’acustica (Lupo) ed un paesaggio onirico in sottofondo. Lo sviluppo prevede ritmo in aumento, sonorità di maggior peso e la comparsa del mellotron nel finale.

Ecco dunque un modo per tentare qualcosa di diverso, pur attingendo dal passato: la contaminazione di generi, di “intenzioni” musicali, si esemplifica con il lavoro dei Alco Frisbass il cui approccio, per certi versi, è spericolato. Ci regalano un disco di avant prog stimolante, denso di spunti e (perché no) di ricordi, cercando però di offrire un taglio personale.

Da ascoltare sicuramente.

Max

 

 

 

 

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