frontTra gli esponenti di spicco della colonna tedesca neo prog un posto rilevante va sicuramente riservato ai Sylvan che tornano in scena con il loro nono lavoro, intitolato Home e pubblicato per Gentle Art of Music.

Poco meno di tre anni fa era uscito l’ambizioso doppio Sceneries, convincente ed in alcuni momenti entusiasmante, utile a riprendere quota con decisione dopo un paio di prove in chiaro-scuro; non poca dunque la curiosità nell’approcciare questo nuovo album che vede un ulteriore cambio alla chitarra, con Jonathan Beck che ha sostituito Jan Petersen.

Esaurita la premessa, comincio… dal fondo: Home è un discreto disco, compatto, imperniato sulle sonorità canoniche con in aggiunta qualche virata più grintosa ma, personalmente, non riesce ad incantarmi. Dopo la risalita con Sceneries credo fosse lecito aspettarsi di più, quanto meno una prosecuzione che si attestasse sul medesimo livello; invece l’album qua e la sconta dei momenti di stanca, piatti e probabilmente troppo prevedibili, mancando di quei 3-4 pezzi alla fine decisivi.

Non intendo sostenere che ci troviamo davanti ad una delusione totale, nel modo più assoluto; non è palpabile però quel sacro fuoco mostrato tre anni or sono ed in più, sopratutto in questi frangenti, trovo che Home si dilunghi a dismisura (un’ora e un quarto).

Così, pescando in ordine sparso, i momenti migliori a mio parere sono racchiusi tra Shaped Out Of Clouds, lenta e “ciondolante” ma in grado di mettere in risalto le consuete aperture vocali di Marco Glühmann ed efficaci ricami della chitarra.

Il piano di Volker Soehl apre per With the Eyes of a Child, una morbida ballad (tipica della loro produzione), ravvivata da una fase conclusiva in un solenne crescendo.

Ancora cadenze compassate per Black and White, un giro melodico non troppo originale ma un andamento accattivante, ammaliante grazie alla profondità delle tastiere ed a un epilogo brillante.

Atmosfere rilassanti per Sleep Tight dove la malinconia regna sovrana, tra il piano e la voce del singer; un’improvvisa progressione alza gradualmente il tiro del brano che trova così maggiore spinta.

Buono anche l’impasto di Shine, brano destinato a promuovere il disco; la struttura melodica è abbastanza immediata, non particolarmente elaborata e con vaghi sentori pop ma gira bene, piacevolmente. Una seconda sezione più aggressiva giunge a movimentare il pezzo che altrimenti rischiava di appiattirsi.

La title track, a chiudere il Cd, è forse la traccia più carica di enfasi, di pathos, la fine di un viaggio ed un cerchio che si chiude. Tastiere magniloquenti, il timbro inconfondibile di Glühmann a concludere su di un registro molto alto, un solo opportuno della chitarra prima di calare il sipario.

Tra questi pezzi è compreso, a mio parere, il meglio di Home.

Quanto al resto, è presente un blocco di brani piacevoli, ben suonati ma privi forse della giusta quadratura. L’introduttiva Not Far From the Sky (molto evocativa), In Between (buono il “divenire” prog metal ma la durata eccessiva fa perdere coesione), The Sound of Her World (avvio epico, un andamento rock senza però una direzione precisa), Point of No Return (alterna a segmenti molto carichi le note “aperture” dei Sylvan), All These Years (parti vocali a mio avviso discutibili ma un’orchestrazione importante e suoni interessanti).

Sylvan sono un gruppo valido che ha avuto da sempre però un rendimento altalenante; quel che manca loro forse è proprio la continuità ed è un peccato perché in passato hanno più volte dimostrato di sapere offrire ottima qualità. Anche il cambio del chitarrista non ha prodotto a mio avviso effetti positivi nel senso che Jan Petersen, nelle due presenze effettuate (Force Of Gravity Sceneries), è risultato più determinante.

Home regala alcuni momenti gradevoli ed è globalmente apprezzabile ma resto dell’idea che la band di Amburgo possa dare di più.

Max

 

 

 

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