frontUna storia tragica, assurda ma reale è alla base del nuovo album di Steven Wilson in uscita in questi giorni per KscopeHand. Cannot. Erase. è infatti un concept basato sulla drammatica vicenda di Joyce Carol Vincent, una giovane donna inglese trovata cadavere nel suo appartamento a tre anni dal decesso senza che, incredibilmente, la famiglia o un amico avessero mai chiesto di lei.

Logicamente tutto questo ha il suo peso nei testi e nella narrazione musicale, sensazioni di malinconia, solitudine, degrado e abbandono sgorgano a profusione dalle tracce composte da Wilson e quello che ne viene fuori musicalmente è un lavoro piuttosto particolare: ineccepibile da un punto di vista tecnico, di scelta dei suoni, segnato da alcuni stacchi vertiginosi ma……a conti fatti, opinione del tutto personale, non si colloca come un album di vertice nella sua discografia.

Siamo davanti ad un musicista dalla carriera ormai longeva e quanto mai intensa, uno dei pochi che negli ultimi 15 anni ha saputo imprimere una marcia in più (in tutti i sensi) alla sua produzione, riuscendo oltretutto ad influenzare molti altri gruppi grazie a talento, carisma, inventiva, personalità e capacità di rielaborare felicemente momenti stupendi del passato progressive.

Anche un grande della musica, logicamente, non può rimanere immune all’inesorabile scorrere del tempo ed ecco che talvolta le idee possono cominciare a latitare, a non zampillare più con la freschezza e la frequenza di una volta; con ogni probabilità si tratta soltanto di un appannamento fisiologico e temporaneo ma, continuando l’ascolto di Hand. Cannot. Erase. questa sensazione prende corpo distintamente.

Al tempo stesso voglio comunque fugare ogni dubbio, non intendo dire che ci troviamo di fronte ad un brutto lavoro, tutt’altro e credo anzi che a fine anno lo troveremo comunque in quasi ogni playlist; rispetto alle attese però non prende il volo, non rapisce al primo colpo, non conquista irrimediabilmente un solco dopo l’altro. Si mantiene complessivamente a buoni livelli grazie ad almeno tre pezzi stupendi, al talento degli interpreti ed alla raffinatezza di alcune soluzioni ma, qua e la, comincia ad affiorare un pò di autocitazione, qualche passaggio in odore di deja vu che, ribadisco, è comprensibile ma smorza in parte gli ardori di chi ascolta.

Stesso cast, band invariata con spazio limitato in questo caso per i fiati di Theo Travis e l’aggiunta della pop vocalist israeliana Ninet Tayeb; un viaggio tipicamente wilsoniano di poco più di un’ora dove si succedono stati d’animo diversi come in una giostra impazzita ma dove, al tempo stesso, un filo invisibile di tragedia fa da battistrada e segna il cammino.

Le undici tracce “viste” da vicino:

1) First Regret. Sotto una pioggia battente delle voci di bambini; è’ l’inizio della storia, molto breve in verità, con il piano di Adam Holzman ad introdurla circondato da un tappeto di suoni programmati.

2) 3 Years Older. La partenza vera e propria avviene qua; alcune note delle tastiere precedono l’ingresso della chitarra ed a seguire della coppia Beggs-Minnemann. Primo stacco vertiginoso e si viaggia già su ritmi sostenuti; un break di una chitarra pulita, supportata dal basso profondissimo e un’improvvisa apertura dell’elettrica. Soffuso l’ingresso della voce di Wilson per un intermezzo tipicamente sognante (Holzman molto presente) sino ad uno strappo breve e spaventoso, in cui Marco Minnemann esplode letteralmente. Tocca poi di nuovo al piano ricamare da par suo la melodia che sale man mano; la seconda parte trova uno sviluppo strumentale molto movimentato.

3) Hand Cannot Erase. La title track, pubblicata in anteprima, rimane a mio vedere il vero anello debole del plot. Musicalmente un brano molto pop oriented che sarebbe stato meglio su un album dei Blackfield; il gusto non manca, qualche fiammata lo ravviva ma lo percepisco come un corpo estraneo.

4) Perfect Life. Altra traccia che può fare discutere ma che, a mio parere, riesce a fare leva su una linea melodica molto più accattivante. Atmosfera particolare che definirei in ambito trip hop; ad un primo ascolto può risultare destabilizzante ma col tempo comincia a entrare in testa, a ipnotizzare con il suo ritmo in loop. Si comincia a sentire la voce di Ninet TayebSteven esprime estrema malinconia in pochi versi.

5) Routine. Uno dei passaggi più difficili da inquadrare, a tratti sfuggente, in altri momenti invece più “confortevole”. Una partenza lenta, tra la voce del musicista ed il piano, cui si aggiunge la singer israeliana; un andamento placido, sottolineato pure dall’arpeggio di una chitarra, l’ingresso graduale delle tastiere e di Travis in sottofondo sono il preludio ad uno sviluppo più mosso, nel quale comincia a farsi sentire Guthrie Govan. La sezione conclusiva torna a mettere in luce prima un lavoro più incisivo della ritmica, quindi una chiusa eterea tra un arpeggio di chitarra, tastiere e le due voci.

6) Home Invasion. Qui l’album comincia a salire di livello, questo è uno dei momenti migliori. Duro, oscuro, minaccioso, pesante, quasi spietato, così è l’avvio del pezzo. Un break del piano elettrico del quale si impossessa il drumming montante di Marco Minnemann e si viene calati nella vera e propria dimensione Wilson. Una lunga sezione strumentale graffiante, travolgente, capace di spazzare via tutto quanto venuto prima; le parti cantate che si succedono poi rivelano, come al solito, il dualismo di anime che popola la musica dell’artista inglese.

7) Regret #9. Altro grosso calibro, un vero pezzo da novanta. Siamo nella parte migliore del disco, Holzman fa la parte del mattatore con le sue tastiere, segmenti strumentali di grosso spessore prendono il sopravvento ed emerge così l’infinito talento di questa band dai meccanismi ormai vicini alla perfezione. Ruggisce poi la chitarra di Govan, lancinante in un solo mozzafiato che trascina il brano sin quasi alla conclusione, affidata alla reprise del tema introduttivo.

8) Transience. Breve ma interessante interludio poggiato sulla voce di Wilson ed un arpeggio alla chitarra; c’è un grosso lavoro riguardo la parte vocale, evocativa allo spasimo. Melodia efficace anche se, a mio parere, manca qualcosa.

9) Ancestral. Stupendo, non ci sono altri aggettivi per descrivere questo brano che trovo il più convincente e coinvolgente in assoluto. A ben vedere ci sono dei velati richiami a Raider II ma l’impianto sonoro messo in campo è di prim’ordine. Pezzo più lungo in scaletta che ci regala lo Steven Wilson più ispirato ed una band al top, compreso quel Theo Travis rimasto sin qui piuttosto in ombra. Dopo alcuni minuti di sospensione avviene uno squarcio corale, immenso, radicale e profondo, quello caratteristico del Wilson “da pelle d’oca”, impreziosito poi da un solo di Govan di uno spessore incredibile. Si tratta di un vero spartiacque, la matassa infatti ora si fa ingarbugliata e si veleggia verso sonorità molto più spigolose, in un lungo e inarrestabile crescendo sino alla chiusura.

10) Happy Returns. Il piano nuovamente e poi la chitarra acustica a riallacciare il tema centrale, vera spina dorsale del disco. La voce di SW per una soft ballad con la quale, almeno vocalmente, si congeda. Bella atmosfera, densa di malinconia, una struttura estremamente semplice ma gradevole che culmina con un nuovo e abrasivo intervento di Guthrie Govan.

11) Ascendant Here On… Una coda mistica, strumentale, angelica, capace di puntare dritta al cuore ed alle emozioni. Breve ma di un’intensità rara, quasi commovente.

Steven Wilson  ci ha abituato a procedere a compartimenti stagni, tendendo sempre a mantenere distinti, con i suoi progetti, i diversi tipi di sentire e di ispirazione che lo guidano. Per la prima volta forse va controcorrente e se vogliamo Hand. Cannot. Erase. diventa quasi un compendio della sua carriera, pescando anche dai Porcupine Tree.

Magia (Insurgentes), nostalgia del passato (Grace for Drowning), malinconia (The Raven That Refused to Sing); questa volta non c’è un tratto dominante ma un pò di tutto questo, passando anche da altre stazioni intermedie appartenute alla galassia Wilson. Un bell’album sicuramente che però vedo leggermente più debole nella sua discografia, probabilmente il meno scintillante.

Max

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Franco ha detto:

    Ciao Max,
    fra le recensioni che mi è capitato di leggere, la tua mi sembra la più “equilibrata”.
    La mia posizione rispetto a questo disco, si situa a metà strada tra chi lo considera un capolavoro (ma ahimè non lo è) e chi lo critica.
    Ma per farla breve, mi concentro sulla “mancanza di ispirazione”.
    Le prime volte che ho ascoltato il disco, ho avuto questa medesima impressione, relativa ad alcuni brani, es. la title-track e happy returns, ma mi sono in parte ricreduto ascoltando anche le versioni demo che, a mio parere, risultano migliori.
    Ritengo sia stata una scelta (discutibile) di alleggerimento e semplificazione.
    Altro esempio: in 3 years older c’è anche l’intervento di Travis, poco utilizzato, che impreziosisce il brano, in Ancestral non c’è per fortuna (a mio modo di vedere) quella manciata di secondi metal.
    Un saluto
    Franco

    • Max ha detto:

      Ciao Franco,
      mi fa piacere che tu ti sia in parte “ritrovato” in ciò che ho scritto; un bel disco, assolutamente ma non certo il punto più alto della sua discografia (te lo dico da appassionato che cerca di mantenere per quanto possibile l’obiettività).

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