frontUn chitarrista tra i più talentuosi ed eclettici del panorama neo prog inglese forma un power trio con uno dei migliori bassisti sulla scena ed un batterista in rapida ascesa, chiama a raccolta un gruppo di ospiti di lusso e confeziona un album che finirà di sicuro per imporsi all’attenzione.

Questa brevemente la storia di Please Come Home, opera prima del project denominato Lonely Robot e guidato dalla scintillante chitarra e voce di John Mitchell (It Bites Arena), in compagnia dell’ormai leggendario Nick Beggs (Steven Wilson, Steve Hackett) e dell’arrembante batterista (neo PendragonCraig Blundell.

Chitarrista, cantante e produttore, John Mitchell è da sempre un musicista infaticabile.Un presente ed un passato (ricordo anche i Kino e i Frost*) vissuti sempre con grande  fervore ed intensità, oltre a indubbie doti tecniche e compositive, ne fanno da anni uno degli artisti più vitali nell’ambiente, in grado più volte di fare letteralmente volare un brano con poche note. In realtà Lonely Robot, pubblicato per InsideOut, è interamente farina del sacco del chitarrista, che ha scelto di affidare la ritmica ad una coppia ottimamente assortita (come è noto Blundell rileverà Marco Minnemann per la sezione americana del nuovo tour di Steven Wilson).

Linee melodiche dirette ed efficaci dunque, parti ritmiche estremamente dinamiche o comunque con un supporto presente, qualche pennellata sinfonica lasciata cadere quasi con noncuranza; tutti gli elementi che hanno reso celebre Mitchell all’interno del panorama progressive, si ritrovano uno ad uno, resi qui più brillanti per l’ottimo lavoro degli strumentisti di cui si è avvalso.

Partenza epica con Airlock; un possente avvio per uno strumentale nel quale il chitarrista imbraccia subito la chitarra in uno scenario space in costante crescendo, curato dalle tastiere di Jem Godfrey (Frost*).

Un cupo riff in odore prog metal inaugura God vs. Man; una trentina di secondi ed il mood vira decisamente su sponde più tranquille, con l’inconfondibile voce di John Mitchell protagonista. Molto presente il basso di Beggs in un pezzo che gioca sull’alternanza tra i due stati d’animo, mettendo in luce un Craig Blundell a tratti aggressivo. Un solo della chitarra spacca in due il brano per riallacciarsi quindi al tema centrale.

The Boy In the Radio vede al microfono Peter Cox (voce dei Go West); un passaggio che, da un punto di vista melodico, non può non richiamare alla mente diverse cose dei It Bites anche se è presente una venatura pop piuttosto sensibile. La sezione conclusiva registra un nuovo solo al fulmicotone della chitarra.

Alcune note del piano (Steve Hogarth) introducono morbidamente Why Do We Stay, cantata in duetto con la bravissima (ex Mostly Autumn) Heather Findlay. La combinazione vocale funziona egregiamente su di un arrangiamento curato ma essenzialeper una ballad di grande intensità.

Arriva la title track, annunciata da un synth ed un ritmo deciso, netto che improvvisamente esplode, sottolineando le doti del drummer che si fa sempre più apprezzare. Brano molto dinamico nel quale, forse, solo la linea melodica rimane un poco sotto tono. Un sostanzioso intermezzo strumentale tra synth e piano (di nuovo Godfrey) precede una seconda fase vulcanica, nella quale ci sono devastanti accelerazioni.

A Godless Sea nasce tra piano e un ritmo cadenzato, continuo, sul quale si innesta rapidamente la chitarra; atmosfera che si fa nuovamente space rock, sei corde che si lascia andare a mille variazioni, un ottimo brano carico di crescente tensione emotiva.

In Oubliette tocca alla morbida voce di Kim Seviour, cantante dei Touchstone, accompagnare Mitchell; un brano nuovamente largo, di ampio respiro, piuttosto catchy ma ben realizzato, con un break centrale di peso e movimentato.

Gran tiro per la successiva Construct Obstruct per un segmento che rispecchia alla perfezione il sentore musicale dell’artista inglese; linee quasi ipnotiche, laceranti inserimenti della chitarra, lavoro incessante della ritmica, cambi di passo frequenti.

Are We Copies vive di un incedere lento e drammatico, inframezzato da veloci ascensioni; nuovamente un ritmo quasi ipnotico guida la trama, per lasciare spazio poi ad un segmento strumentale molto più cupo e affilato, di maggiore impatto.

Un solo di chitarra di Nik Kershaw punteggia la seconda parte di Humans Being, un’ altra ballad molto intensa, tipica della produzione d’annata di Mitchell.

The Red Balloon è una breve e dolce coda di chiusura, spartita tra il piano, la voce di Mitchell e due interventi (minimi) del synth.

Tendenzialmente dunque Please Come Home non è il disco dove andare a cercare spunti innovativi o alternativi ma, grazie all’ampio raggio di azione offerto dalla musicalità di John Mitchell, credo possa conquistare i favori di molti appassionati. Ottimi suoni, alcuni passaggi davvero degni di nota, a ben vedere manca solo qualche vero lampo per farne un must assoluto; sicuramente si segnala come una delle uscite sin qui più interessanti.

Max

 

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