frontFading Records/AltrOck è una label italiana dinamica ed alternativa, in grado di offrire un catalogo indirizzato verso band e proposte stimolanti; tra queste un cenno particolare va riservato a Not A Good Sign, gruppo milanese che presenta il secondo lavoro dal titolo From A Distance.

Il canovaccio musicale messo in campo dal brillante quintetto va sì a richiamare spunti mai dimenticati nell’alveo dei seventies (King CrimsonVDGGGentle Giant) ma procede poi con una trasformazione, una attualizzazione di suoni ed intuizioni che può rimandare ad esempio a band come Landberk,  Anekdoten ed Echolyn; un progressive attraversato da pulsioni fusion, distanti ricordi canterburyani, qualche sferzata hard rock, reso vitale grazie a entusiasmo, lucidità e, aspetto basilare, una buona dose di personalità.L’album segue il debutto (eponimo) di due anni fa e ci consegna una band cresciuta, che è riuscita nell’intento di alzare l’asticella, tanto da comporre un disco denso di contenuti e momenti significativi senza cadere nelle usuali e scontate tentazioni; come sostengo da sempre è giusto ripartire dall’età dell’oro ma poi è assolutamente necessario imprimere una svolta, inserire qualche elemento nuovo e moderno, altrimenti il genere esaurisce la sua funzione e va a morire.

Nessuna suite infinita dunque ma dieci brani di sostanza che evitano di indugiare nell’autocompiacimento con strutture importanti e di spessore, rese però insolitamente agili; un cantante in grado di esprimersi degnamente in inglese (tasto spesso molto dolente tra i nostri gruppi). Questi i tratti salienti, a mio avviso, del gruppo guidato da Paolo “Ske” Botta (tastiere) Francesco Zago (chitarre), ambedue già negli Yugen; terminate le registrazioni Zago ha lasciato la band per venire rilevato da Gian Marco Trevisan.

Alessio Calandriello (voce de La Coscienza di Zeno), Alessandro Cassani (basso) e Martino Malacrida (batteria) completano la formazione, con le ospitate di Maurizio Fasoli (Yugen) al piano, Eleonora Grampa (oboe e corno inglese), Bianca Fervidi (violoncello) e Jacopo Costa (vibrafono).

Difficile scegliere un incipit migliore di Wait For Me; una partenza molto ritmata con incursioni “frippiane” della chitarra precede una fase più morbida nella quale si innesta la voce del singer. Improvvisi crescendo punteggiano uno dei  migliori passaggi del disco, sino all’epilogo di nuovo mosso.

Una prog-ballad ben strutturata, con una linea melodica malinconica e una scelta dei suoni molto centrata (Going Down), dominata dalle tastiere.

Flying Over Cities riporta all’attenzione il pregnante lavoro della ritmica, sulla cui tessitura tastiere, voce ed in ultimo la chitarra disegnano tangenti ben armonizzate tra loro. Il lavoro di Botta alle keyboards si pone in grande evidenza.

L’oboe ad aprire per Not Now, un altro momento molto denso in cui si ribadisce la qualità alta del registro di Alessio Calandriello. Brano che ondeggia, quasi ipnotico, lacerato da continui break; una seconda fase strumentale più cadenzata precede un finale “elettrico”.

Note di piano che ricordano Chopin, l’oboe a conferire maggior pathos…così comincia  Aru hi no Yoru Deshita, un breve ma incisivo interludio strumentale di una dolcezza quasi palpabile.

Apertura in stile hard rock per la successiva Pleasure of Drowning; il brano odora di un sentore heavy prog, dove ad una melodia decisa ed indirizzata fa da contraltare una ritmica variata ed in grado di scompaginare di continuo le carte.

Una delle tracce dalla durata più consistente,  I Feel Like Snowing, si srotola lenta sulle note del piano elettrico e quindi del vibrafono ad accompagnare la voce. Questo andamento placido viene mantenuto sino ad un break guidato dalla chitarra di Zago; di qui Calandriello può dare libero sfogo alla propria ugola in una marea sonora montante. Un robusto segmento strumentale, zeppo di variazioni, guida quindi sin quasi al termine, prima della reprise del tema centrale.

Open Window assume tinte drammatiche, qui alcuni colori crimsoniani divengono più tangibili con un andamento iperbolico; tocca di nuovo al piano mutare lo scenario con una lunga digressione da cui poi la band riparte coralmente grazie ad un’accelerazione della chitarra. Ottimo strumentale.

Ricami e variazioni della sei corde, una possente ballad nella quale si esalta l’interpretazione del singer, molto ispirato. The Diary I Never Wrote rimane, a livello melodico, uno dei frammenti più suggestivi ed efficaci.

Un breve ed emozionante saluto tra piano e fiati (Farewell, presumo a Francecsco Zago), cala il sipario.

Un ascolto interessante e non privo di spunti da sottolineare, la capacità di fare evolvere la lezione del passato elaborandola e conferendole una dimensione più attuale; questo in sintesi è quanto di meglio rimanda From A Distance, proponendo dunque Not A Good Sign come una band da tenere in considerazione.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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