frontCinque anni fa fece la sua comparsa sulla scena progressive una giovane band greca che debuttò, grazie all’occhio sempre vigile della label Fading Records/AltrOck, con un album decisamente interessante, seppur in buona parte derivativo; mi riferisco agli ateniesi Ciccada che si posero all’attenzione dei fans più voraci ed aggiornati con A Child in The Mirror, un buon lavoro che, pur non esprimendo niente di rivoluzionario, lasciava trasparire diversi spunti piacevoli e ben combinati tra loro (su tutte rammento Epirus A Garden Of Delights).

Un prog eclettico, con rapidi accenni folk, largo uso di tastiere e flauto, una voce femminile e richiami a band dal passato illustre.Gentle Giant, Renaissance, Jethro Tull, qualche squarcio sinfonico e avanti sino a qualcosa dei  Änglagård; questi i riferimenti principali utili ad inquadrare la tipologia di sound.

Dopo un lungo silenzio nel quale confesso di averli persi dal radar, ecco che si ripropongono con il secondo album intitolato The Finest Of Miracles.

Il nucleo centrale della formazione si compone di tre elementi intorno ai quali ruotano anche stavolta dei musicisti aggiunti ma i pilastri portanti sono rappresentati da Evangelia Kozoni (voce, tastiere), Nicolas Nikolopoulos (synth, mellotron, piano, glockenspiel, flauto e sax) e Yorgos Mouhos (chitarre); collabora alla batteria (adesso in pianta stabile) Yiannis Iliakis.

Qualcosa però è mutato, cinque anni sono un lasso di tempo considerevole; mentre l’esordio, pur denotando gusto e preparazione, lambiva di quando in quando il didascalico nell’accarezzare determinate sonorità, questo nuovo lavoro lascia emergere una maggiore consapevolezza da parte della band. Le traiettorie di partenza sono le medesime ma si coglie facilmente un cospicuo lavoro di personalizzazione ancorché, devo ripetermi, su di un sound piuttosto connotato.

I testi in greco sono stati quantitativamente ridotti e di ciò ovviamente ne guadagna la fruibilità, oltre che la scorrevolezza e la comprensione.

Il disco si attesta su di una durata ragionevole, tre quarti d’ora circa nei quali si inseriscono a turno vari strumenti su tessiture ricche. L’arpeggio di una chitarra, il suono di un synth e un violino: questa l’introduzione della crescente e a tratti sinfonica A Night Ride, strumentale segnata poi dall’ingresso del flauto (che ricorre frequentemente).

Eternal è un brano di peso con i suoi otto minuti. Entra in scena il lirismo della voce di Evangelia Kozoni su di una ambientazione quasi medioevale; un perenne susseguirsi di paesaggi sonori di varia natura dove melodia, armonia e ritmica trovano ognuno la propria giusta collocazione in modo organico e fluido, giunge sino ad un finale travolgente.

Pur con una durata medio-breve At the Death of Winer è uno dei passaggi che più mi hanno impressionato, impregnato di un’atmosfera sospesa e malinconica (qui oltre ai Renaissance tornano alla mente echi di Canterbury); flauto di nuovo protagonista, oltre alle tastiere ed al suono pulito, jazzy, della chitarra. I minuti conclusivi vedono sugli scudi delle polifonie degne del ricordo del gigante gentile.

Un lungo affresco dedicato al passato, una start molto Jethro Tull e di nuovo la tenue ed eterea voce della Kozoni. Così si snoda Around The Fire, che alterna lunghe frazioni strumentali ad altre, più brevi, vocali. Il pezzo naviga a vista su morbide sonorità acustiche, ravvivate di tanto in tanto dall’ingresso dell’elettrica e da limitate accelerazioni della ritmica.

Un microscopico filler Lemnos (lover Dancer) e con un segmento denso ma ridottissimo (Birth of the Lights) comincia la title track, una lunga suite composta da cinque movimenti, vero cuore pulsante del disco.

Wandering; è’ il turno del sax, oltre che dell’onnipresente flauto e del violino, a colorare una tela già di per sé variopinta. Strumentale giocato ancora una volta tra intuizioni alla Caravan, certi temi Gentle Giant e spruzzate folk.

Un nuovo breve passaggio (Sirens Call) e torna la voce della cantante, questa volta in greco, per declinare la melodia di As Fall The Leaves in cui, complice l’idioma, si possono cogliere vaghi echi balcanici e dell’est.

Il frammento conclusivo (Song For an Island) ritrova una maggiore spinta da parte della band, una vena elettrica e dinamica a volte forse troppo sottaciuta. Buona l’alternanza della costruzione, più livelli sonori ad intersecarsi; solo il cantato della Kozoni alla lunga mostra un pò la corda, privo di variazioni.

Fading Records/AltrOck propone dunque un altro capitolo interessante, proseguendo su di una strada che credo possa essere presa ad esempio per il futuro. Il ritorno dei Ciccada è di quelli che non passeranno inosservati, The Finest Of Miracles un titolo da inserire di diritto tra le migliori proposte emergenti di questo anno; posto che nel 2015 sia estremamente difficile non essere derivativi, il gruppo greco sforna un sorprendente comeback, fatto salvo un limitato dinamismo che in questo caso però, più che un difetto, è una peculiarità.

Max

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