frontPiù o meno due anni fa, scrivendo del secondo album dei Sanguine Hum (The Weight Of The World). segnalavo il quartetto di Oxford come una band da tenere d’occhio, non tanto per talento espresso, doti tecniche ineguagliabili o quant’ altro ma per il riuscire a concretizzare una piccola evoluzione di alcuni modelli musicali (fondamentali) del passato. Questo il vero valore aggiunto della band capitanata da Joff Winks, chitarra e voce: portare avanti un tentativo di personalizzazione di imprescindibili canoni precedenti, mettendoci la faccia.

Evidentemente i nostri ci hanno preso talmente gusto, supportati da riscontri confortanti, che si ripresentano adesso addirittura con un doppio Cd intitolato Now We Have Light, pubblicato per Esoteric Antenna. 

Forse in parte un rischio e come vedremo l’unico punto debole può risultare proprio una durata eccessiva ma, a conti fatti, si pone a mio parere come il migliore lavoro del gruppo. Il primo dei due Cd, leggermente più breve, raggiunge livelli eccellenti mentre il seguente, pur contenendo degli ottimi passaggi finisce forse per creare un eccesso di volume.

Partendo dalla lezione zappiana, memorie floydiane Mahavishnu, lontani accenti canterburyani, si arriva sino a echi pulsanti di alcuni lavori dei Porcupine Tree e No Man; adattare e rendere omogeneo questo immenso bagaglio non è semplice ma i Sanguine Hum, con buona personalità, riescono nell’intento forse ancor meglio che in passato, denotando una notevole maturazione.

Now We Have Light è un concept ambientato nel futuro che ha avuto una gestazione lunghissima, molte idee allo stato embrionale infatti appartengono ad un passato remoto dei quattro musicisti inglesi.

CD 1

Coeso, compatto, con almeno 2/3 brani ben al di sopra della media; questo il primo disco, per un ascolto non certo immediato ma davvero intrigante. Sin dalle prime note della eterea Desolation Song, perfetto esempio di new prog britannico, i Sanguine Hum catapultano nella loro dimensione fatta di languidi paesaggi sonori, improvvise ed incisive impennate, un sapiente uso simultaneo di suoni tra loro diversi. Da subito cominciano a mescolarsi tra loro antichi imprinting ed intuizioni moderne ed attuali.

Un segmento di matrice PT per una sorta di up tempo ballad che procede a fiammate (Drastic Attic), un breve ma intenso momento strumentale dove il ricordo zappiano si fa più vivido per merito del vibrafono suonato da Jim Hart (Getting Warmer), una traccia dall’incipit fusion dove la ritmica di Brad Waissman (basso) e Andrew Booker (batteria, già con No Man) prepara un morbido tappeto sul quale si adagiano la chitarra e la voce di Winks, oltre che le tastiere di Matt Baber (Out of Mind).

Possente, aggressiva ma anche “anarchica”, elettronica, freak out…In poche parole Theft racchiude quanto di meglio nelle capacità della band, brano strumentale davvero impressionante. “Shit!”, breve pezzo a seguire, guadagna una pausa, un’attesa, prima di Chat Show, aperta morbidamente da chitarra, voce e piano. Lentamente il brano prende quota su di una melodia lineare, cui fanno da contraltare molteplici variazioni tra le quali quelle del vibrafono e poi un incisivo cambio di ritmo.

Altro brano da evidenziare assolutamente è quello di chiusura,  Derision. Si tratta forse del momento in cui la linea melodica diviene più evidente ma c’è una tale popolazione di sonorità e di interventi da rendere piacevolmente complesso pure un passaggio di per sé più semplice.

CD 2

Una breve intro (Just a Prelude), un sintetico e profondamente ritmato passaggio (Cat Factory) e sui richiami dei gabbiani arriviamo a On the Beach; un’ atmosfera inizialmente placida guadagna progressivamente respiro, l’organo si ritaglia uno spazio solista che va poi a dettare un crescendo corale.

End of the Line è uno dei brani più robusti in scaletta (9 minuti); ad un avvio soft segue una prima fase in lento crescendo, meno “costretta” e destinata dunque ad aprirsi. Una nuova sospensione e quindi un lungo intervento della chitarra di stampo psichedelico per giungere ad una conclusione strumentale.

Suddivisa in 5 frazioni, Spanning The Eternal Abyss è la traccia più lunga in programma e, probabilmente, una delle più complesse. Arriva purtroppo quasi in fondo, dopo un’ora di ascolto, pertanto può diventare leggermente faticoso seguirla passo passo; denota comunque la consueta varietà di suoni e soluzioni, tratto ormai significativo della band.

Una coda di questa mini suite è rappresentata da Bubble Trouble dove, sullo sfondo creato dalle keys, avanza un riff teso, oscuro. Pezzo strumentale molto in odore di Porcupine Tree che poi si stempera grazie ad un intenso inciso del vibrafono.

A chiudere Settle Down, un brano quasi ironico giocato sul contrasto tra un loop elettronico e la melodia cantata da Joff Winks, sostenuto da un arrangiamento piuttosto basic ma efficace.

Con Now We Have Light credo dunque che i Sanguine Hum abbiano raggiunto il loro punto più alto, sciorinando davvero una buona prestazione che, a mio vedere, avrebbe potuto essere ottima se non avessero indugiato troppo dilatando il lavoro all’eccesso. Non si tratta di un album diretto e non è dedicato ai nostalgici del progressive d’annata; se qualcuno cerca qualcosa di meno usuale può essere una band da conoscere.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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