Echolyn-As-The-World-554673Sono passati 20 anni esatti, ma la forza e la freschezza di questo disco restano ancora oggi intatte.

Se si può parlare di “rinascita” del progressive negli anni ’90, ciò è possibile anche grazie a questo formidabile gruppo americano (originari della Pennsylvania), che con questo album, pur dopo l’ottimo Suffocating the Bloom che già aveva fatto intravedere il percorso, riesce ad esprimere in tutta la sua vitalità il senso profondo della sua proposta, fatta di intrecci sonori, contaminazioni, tecnica sopraffina, ricerca e tradizione: un vero disco progressive, un suono inconfondibile e uno stile che diventerà unico e riconoscibile, pur con le dovute evoluzioni, anche fino alla loro ultima e più recente uscita (Echolyn, 2012).

Una introduzione di archi sospesa, di un vago sapore quasi beatlesiano (All Ways the Same), si lascia accompagnare volentieri dalle  prime intonazioni corali, a restituire un’atmosfera di attesa, ma già carica di tensione, su cui si innesta, in maniera piuttosto violenta, un travolgente ritmo sincopato e suonato ad una velocità pazzesca, che ci trascinerà con poche pause fino alla fine (As The World). La sensazione è quella di un treno che poggia su binari saldi, che aumenta costantemente la velocità e costringe a rimanere concentrati per tutta la durata del viaggio. Non è musica di sottofondo, non ha pause, è densa e traboccante di intuizioni, è contagiosa. Si affacciano con prepotenza, fin da subito, le cifre stilistiche della musica degli Echolyn; una base ritmica solidissima; il ruolo della voce, nel cantato singolo (dove la pastosità di Brett Kull si alterna alla vena più rock e tagliente di Ray Weston), e nell’armonizzazione dei cori e delle sovrapposizioni vocali, che si rincorrono e si intrecciano fino a ritrovarsi miracolosamente nello stesso punto (il pensiero non può che riportare ai Gentle Giant, ma anche, volendo, alle armonie di CSN); una tecnica straripante, un continuo alternarsi di forzature e di pause (anche di assoluto silenzio) che rendono il tutto, quanto meno, affascinante.

I singoli strumenti lottano per trovare un loro spazio autonomo, ma si fondono nel tutto in modo mirabile, anche se fin dalla successiva Uncle la chitarra di Brett Kull cerca inizialmente di rivendicare il suo spazio. La tensione che si ripropone per tutto il pezzo si concede alcune pause con cambi di ritmo fenomenali e squarci entusiasmanti, aperti dalle tastiere di Chris Buzby.

Decisamente ruvido il passaggio successivo, tratteggiato da un incalzante riff di chitarra mantenuto come base ritmica aggiuntiva assieme al sempre puntuale drumming di Paul Ramsey e alla sorprendente fantasia e vitalità delle note del basso di Tom Hyatt (How Long I Have Waited). Si aprono ancora una volta armonie vocali dolcissime e sullo sfondo si avverte, come se non bastasse tutto il resto, anche l’eco di un flauto in profonda armonia con tutto il resto.

Una piccola pausa e si riparte alla grande, con uno dei pezzi manifesto dell’album (Best Regards). Ad arricchire il fantastico intreccio vocale stavolta è la magistrale prova al piano di Buzby, che sostiene le parti ritmiche e incanta con fraseggi clamorosi nelle parti di raccordo, restituendo a tutto il pezzo un sapore antico (quasi Canterbury) di grande capacità evocativa e spessore.

Si entra nella fase davvero calda dell’intero lavoro e The Cheese Stands Alone, con un ritmo senza pause e senza respiro, ci conduce in una dimensione che la band dimostra di saper padroneggiare senza affanni, costituendo, in fondo, il vero coefficiente stilistico dell’intera loro musica. Un continuo alternarsi tra spigolosità, dolcezze, fughe in avanti e precipitosi cambi di ritmo, che disegnano immediatamente nell’ascoltatore prog, anche poco allenato, un sorriso di soddisfazione (immaginate che cosa è davvero stato immergersi in questa musica a metà degli anni 90, se ancora oggi, con tutto il fiume di proposte che è passato nel frattempo, certe emozioni rimangono le stesse, anche all’ennesimo ascolto).

La seconda parte dell’album si apre con una suite di 5 pezzi (Letters), introdotta dal pianoforte di Buzby che costruisce, anche se non lo fa mai in modo diretto o “facile”, una melodia struggente (Prose), senza rinunciare alla velocità e al ritmo che sostiene tutto il lavoro. La successiva A Short Essay forse rappresenta il primo momento in cui la tensione sembra diminuire, a favore di un racconto lasciato in gran parte alla stupenda combinazione delle voci di Weston e degli altri che si inseguono e si recuperano in un’alternanza di immagini sonore del tutto particolari. Questo fino a lasciare lo spazio ad un assolo di Brett Kull, uno dei pochi assoli, comunque breve e appena accennato (da questo punto di vista gli Echolyn usano la parte chitarristica in modo assai originale e decisamente lontano dagli stilemi del prog classico).

Non c’è tempo e il consueto, ma non meno intenso, impasto vocale ci porta sulle note di My Dear Wormwood, che sembra risentire molto più di altri pezzi l’influenza di un certo rock “american oriented”. Ma i continui arresti, le variazioni di ritmo, le mille diverse velocità aprono squarci rallentati ed intensi che ci stupiscono per la loro originalità e che, tuttavia, non riusciamo a gustare fino in fondo, perché improvvisamente la base ritmica si ferma per lasciare spazio ad una nuova sezione di archi. Ecco che si scopre ancora una volta il lato più melodico e comunque affascinante di un gruppo che percorre con incredibile facilità, anche all’interno dello stesso pezzo, i registri più diversi, senza calare di un millimetro la tensione esecutiva dei brani. La prova di Weston come cantante raggiunge livelli in seguito forse mai più toccati, con una rappresentazione emotiva di sicuro effetto. Anche qui un assolo di chitarra solo accennato, nella parte finale, e comunque funzionale ad un racconto che si snoda e di dirama in mille aperture, controcanti, controtempi per lasciare alla fine alle tastiere la riproduzione didascalica dell’assolo nuovamente accennato.

Gli archi ci dicono che il pezzo è finito e che sta per iniziare un altro capitolo emozionante (One For the Show), un pezzo che faccio fatica a non inserire tra i miei preferiti di sempre. Dentro c’è tutto quello che si può chiedere a pochi minuti di ascolto: un naturale equilibrio tra le parti musicali e quelle cantate, una direzione ben precisa ma impreziosita da continue sorprese e cambi di passo, insomma un catalogo di idee e di intuizioni che avrebbero fatto la fortuna di vari gruppi progressive, con una fruibilità quasi epidermica pur nella difficoltà delle trame esposte. Ascoltare per credere.

Proprio per farci capire la completa padronanza tecnica della musica che vogliono suonare, dopo un brevissimo intermezzo dissonante (The Wiblet), in funzione di raccordo, una chitarra molto dura e spigolosa sembra aprire ad un pezzo stile Kansas (Audio Verite) che immediatamente però vira verso territori già frequentati, di assoluta dolcezza e malinconia (anche se non proprio di tranquillità), a cui si ritorna anche dopo qualche estemporanea fuga in avanti all’interno dello stesso brano.

Si giunge così alla sezione finale di questa cavalcata forsennata e il gruppo si concede qualche pausa in più. Settled Land è una vera e propria ballata, o almeno così ci si presenta per i primi minuti. Lentamente l’atmosfera si trasforma, le voci diventano più dure, complicate, come i fraseggi di piano che improvvisamente si interrompono lasciando spazio, in un ennesimo crescendo, ad un riff più grintoso di chitarra, supportato dal solito impasto di voci che conferisce, questa volta, una certa drammaticità e teatralità a tutto il pezzo (acuita dal recitato di alcune frasi). Ma tutto dura poco e il pezzo si chiude con la tonalità più tranquilla dell’inizio.

La fase melodica continua con la bellissima A Habit Worth Forming, un altro brano in cui emerge in modo quasi imbarazzante la classe sopraffina che contraddistingue questi musicisti. Questa volta la bellezza struggente dei cori ci costringe quasi a tenere gli occhi chiusi e a seguire un sentiero tortuoso, tra alti bassi e variazioni di ritmo, fino alla chiusura finale dedicata ad un assolo di chitarra questa volta decisamente più persistente….

Sembra tutto finito, ma dalla cenere nasce un vero gioiello (Never the Same): una combinazione di flauto, archi e chitarra quasi celestiale, su cui si appoggia in modo delicatissimo la voce profonda di Brett Kull. Drammatico, intenso e nello stesso tempo pieno di dolcezza l’impasto tra le voci dei due cantanti, contrappuntate in modo sublime dagli archi che continuano ad armonizzarsi anche alla stesura elegantissima del pianoforte. E’ come se il gruppo avesse voluto lasciare per ultimo il senso di una capacità di composizione e di armonizzazione davvero unica nel panorama progressive, di oggi, ma anche di ieri, con una esposizione di temi e di combinazioni che lasciano senza parole, e che conducono ad un risultato atipico e affascinante, che di sicuro non avrebbe sfigurato tra i giganti del prog degli anni 70.

Un disco da ascoltare e riascoltare, da assimilare con la giusta attenzione: non è una proposta facile, si può rimanere anche travolti da tanta capacità di suonare, dalla velocità di esecuzione, dalla ricchezza delle trame espositive e sono consapevole che tutto questo possa anche non piacere del tutto (anche se con un po’ di fatica). Sempre che, naturalmente, la critica non appaia come quella che, nel film, l’Imperatore Giuseppe II faceva alla musica di Mozart: “Un po’ troppe note” (con annessa risposta del Genio: “le note sono quelle che ci volevano, né di più né di meno…”).

 

Silvano Imbriaci

Marzo 2015

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Franco scrive:

    Questo è stato sicuramente uno degli album più belli dei ’90 e, a parer mio, non solo del progressive…

  2. Max scrive:

    Album stratosferico, poliedrico, intenso, strumentalmente eccelso.
    Chiuso da Never be the same che emoziona ogni volta che l’ascolto.
    Una pietra miliare del Progressive Rock degli ultimi 30 anni.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...