frontCirca un anno e mezzo fa mi ero soffermato volentieri sul debutto dei Sylvium (The Gift Of Anxiety), indicandolo come un lavoro promettente, piuttosto sfaccettato ed in grado di combinare felicemente echi del passato ed intuizioni decisamente attuali.

Ora la band olandese, guidata dal chitarrista Ben van Gastel si ripropone con il secondo lavoro intitolato Waiting For The Noise; le sonorità cupe, le atmosfere oscure e plumbee dell’esordio trovano qui una nuova elaborazione, se si vuole anche un processo di raffinazione. Il sound adesso è completamente aderente a modelli del presente, i nomi di riferimento rimangono quelli espressi allora, con una evidente propensione verso il modello Riverside.

Qui a mio parere nasce un problema perché questo percorso di riferimento diviene eccessivamente ravvicinato, persino nelle vocalità, andando a sminuire in buona parte l’originalità della proposta e, così, spersonalizzandosi.

Tra l’altro la formazione ha già subito un profondo rinnovamento: Antal Nusselder (tastiere, suoni programmati) e Fred den Hartog (batteria) sono i volti nuovi che si vanno ad affiancare a Gijs Koopman (basso), Richard de Geest (voce, chitarre), oltre al già citato van Gastel.

Molte novità dunque, concentrate in uno stretto lasso di tempo; per un gruppo alle prime importanti esperienze questo è un dato da non sottovalutare. Poi, certo, ci sono il sentire dei musicisti, l’estro del momento, le scelte effettuate sull’onda di un ragionamento oppure dell’istinto; non conosco ovviamente le idee e le dinamiche compositive dei Sylvium ma quel che è sicuro è che la direzione intrapresa apre degli interrogativi.

Tutto suona a dovere in Waiting For The Noise ma troppo spesso suona…di riflesso; il brano introduttivo (Quietus) è un tipico passaggio new prog, infarcito di sonorità elettroniche, colorati interventi della chitarra nelle retrovie ed un drammatico crescendo a caratterizzarne il mood sino ad una eruzione sonora che contraddistingue la seconda parte.

Signal To Noise si segnala come uno dei migliori momenti anche se, quasi da subito, fanno capolino i primi echi della band polacca; il timbro di Richard de Geest (in seguito, si vedrà, ancor di più) richiama la voce di Mariusz Duda ed i lunghi incisi della chitarra (di nuovo) rimandano…a Varsavia Detto questo il brano comunque fila via benissimo, nove minuti carichi di tensione emotiva, con suoni scelti ad hoc ed un buon bilanciamento tra stacchi e ripartenze, tra segmenti vocali ed altri strumentali.

Divisa in tre frazioni giunge poi Fade In/Out ed anche qui si ripropone la situazione appena descritta. Un dualismo di sensazioni che si protrarrà a lungo, secondo questo schema; da una parte l’evidente percezione derivativa della musica degli olandesi, da un’altra il riconoscimento della gradevolezza di alcuni passaggi come questo.

Non ci si discosta troppo neppure con la seguente Altered State, altro brano ben eseguito e dal giusto grado emozionale; c’è un lavoro “appuntito” del synth a creare delle differenze, delle particolarità ma l’andamento si mantiene sui binari sin qui chiaramente individuati.

Un riff abbastanza utilizzato apre per Headlong, uno strumentale vorticoso e tirato (a fronte di una struttura semplice) dove si mette in luce la batteria di Fred den Hartog.

Tornano scenari ammantati di tensione con Fragile, la traccia inchioda letteralmente all’ascolto ma quasi all’istante conferma la totale immersione nel sound di Duda e compagni; mi rendo conto di essere ripetitivo e mi dispiace ma purtroppo non è proprio possibile tacere la similitudine. La parte conclusiva trova soluzione migliore grazie al sax ed a un curato arrangiamento.

A completare, Coda ( For a Dream ), altra traccia sognante, sospesa tra suoni programmati ed altri distorti, perfettamente collocabile nella trama complessiva dell’album.

Richiamando una definizione già usata in passato, Waiting For The Noise è un disco “a rilascio lento”; al primo ascolto confesso che mi ha lasciato molto perplesso, successivamente invece ha preso quota trovando una propria dimensione. Le evidenti ed insistite analogie con il sound dei Riverside però, inevitabilmente, ne pregiudicano la valutazione ed è un peccato perché, di per sé, le sonorità sono accattivanti e godibili; purtroppo a scapito, quasi totalmente, del tasso di originalità.

Max

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