frontL’uscita di un nuovo lavoro di Steve Hackett, uno dei veri ultimi baluardi della golden era del progressive rock, suscita immancabilmente un misto di attesa, curiosità, speranza.

Sono sempre tante (e forse troppe) le aspettative riposte nei lavori del chitarrista inglese, rimasto per i fans più “attempati” l’unico vero anello di congiunzione con l’epoca dei Genesis; a mio parere però la chiave di lettura non deve essere questa, sono infatti trascorsi decenni da allora ed il Maestro ha prodotto nel frattempo una apprezzabile e cospicua discografia solista, con cui ha intrapreso molteplici strade del tutto personali.Questo breve “cappello” per sottolineare che, esaurita e sviscerata (spero) la stagione del Genesis Revisited, Hackett torna a fare parlare di sé con un lavoro nuovo di sana pianta, riprendendo il discorso interrotto tre anni e mezzo fa con il convincente e frizzante Beyond the Shrouded Horizon. 

A tale proposito c’è da dire che la band è rimasta pressoché invariata, compresa l’apparizione di Chris Squire al basso in occasione di Love Song to a Vampire; dato questo positivo, la macchina è oramai rodata al meglio e se mai fosse possibile muovere un appunto c’è da dire che, ancora una volta, la presenza di un cantante di ruolo credo avrebbe giovato. Strano ad esempio che non compaia al microfono Nad Sylvan con il quale Hackett ha condiviso un interminabile tour, evidentemente la scelta del chitarrista è stata di tipo differente ed ancora una volta si è avocato un ruolo dove, a parer mio, si esprime senza infamia e senza lode.

Wolflight (pubblicato per Inside Out) è un concept che in modo trasversale, dall’antichità al presente, ripercorre alcuni importanti momenti che l’umanità ha affrontato nella battaglia per la libertà; poco meno di un’ora nella quale il musicista sciorina ancora una volta tutto il talento ed il gusto di cui dispone in abbondanza. Per contro, il song writing (supportato dalla moglie Jo e da Roger King) non pare sempre perfettamente a fuoco, la qualità del lavoro ovviamente è soddisfacente ma non eccelsa; tre brani si staccano in modo particolare dagli altri, per struttura ed emozionalità. Il resto si attesta su buoni livelli, ben lontani però dal fare gridare al capolavoro.

Avvio tambureggiante per Out Of The Body, un breve prologo strumentale orchestrale e melodico. A seguire la title track, già accompagnata da un video, nella quale il buon Steve calato nel ruolo di voce solista comincia con una partenza classica, morbida, per poi imbracciare la Gibson. Torna poi una fase acustica, più intima e questo gioco di specchi si ripete sino al termine.

Uno degli episodi più felici è senz’altro Love Song To A Vampire. Ancora una volta una malinconica introduzione acustica prepara ad un esplosivo crescendo nel quale è possibile cogliere le possenti note del basso di Chris Squire; di nuovo il brano è giocato su di una profonda alternanza di stati d’animo. Un solo molto intenso all’elettrica spacca in due il pezzo che poi assume contorni maestosi; epilogo denso e tirato, il tocco di Squire è chiaramente percepibile.

Un passaggio abbastanza anomalo, The Wheel’s Turning; una sorta di marcetta iniziale, archi a dettare il ritmo e quindi un andamento melodico piatto, fragile. Successivamente il ritmo si impenna, i ranghi vengono serrati, il suono della chitarra di Hackett diviene pastoso, distorto, fioccano diversi input ma risultano poco amalgamati, poco organici, non mi convince.

Il suono di un’arpa, scenari fiabeschi ed antichi per Corycian Fire dove continuano a fondersi le due anime di Hackett, quella gentile, introspettiva ed acustica e quella elettrica, più graffiante. Passaggio dunque nel più puro stile del chitarrista di Pimlico, nel quale una seconda fase più movimentata e crescente costituisce con ogni probabilità il segmento migliore.

Earthshine è il “consueto” gioiellino acustico che Hackett riesce ancora a regalare e, a dispetto di uno schema conosciuto, le emozioni che suscita sono palpabili; una manciata di minuti sognanti e molto evocativi.

Un’altra breve traccia, Loving Sea, dall’esito forse un pò scontato; tipica ballad di sapore hackettiano, sicuramente gradevole e ben eseguita, magari eccessivamente vicina ad altre esecuzioni del passato.

Black Thunder parte decisa, un riff cupo, la voce di Amanda Lehmann a sostegno e la coppia ritmica (Nick Beggs – Gary O’Toole) in buona evidenza. Tanta chitarra nella prima parte dello svolgimento a dettare i tempi; un break a cura del basso e su di un ritmo tribale armonica e la chitarra stessa lavorano di concerto, per concludere con il sax di Rob Townsend.

Viene il turno di Hugo Dagenhardt alle pelli per Dust And Dreams; atmosfera orientaleggiante con sonorità etniche, un ritmo lento ed ipnotico dal quale pian piano si levano le note della sei corde. Qui troviamo un Hackett in gran spolvero, in grado di incantare come nelle migliori occasioni. Ottimo strumentale.

Un ultima breve pennellata (Heart Song), gradevole ma prevedibile, conclude il lavoro.

Con Wolflight, Steve Hackett scrive una pagina onesta e sincera ma priva del guizzo decisivo o dell’ardore fiammeggiante delle prove più felici. E’ pacifico che il grande musicista non sia in condizioni di dovere dimostrare alcunché o tanto meno, dopo una simile carriera, perseguire ossessivamente chissà quali alchimie sulla strada del rinnovamento. Questo dunque, a mio avviso, rimane un disco discreto e piacevole ma sicuramente un passo indietro rispetto al precedente.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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