frontBand prolifica come poche altre, ecco che tornano alla ribalta i Glass Hammer con The Breaking of the World, sedicesimo lavoro del gruppo (se consideriamo anche il ripescaggio di One); un album che attendevo con curiosità per cercare di capire se l’auspicato solco con la storia, tracciato giusto un anno fa con Ode to Echo, si potesse considerare definitivo o meno. 

Ad ogni modo, il primo colpo d’occhio ufficializza l’uscita dal gruppo di Jon Davison, oramai stabilmente arruolato negli Yes e che già nel disco precedente aveva vissuto un ruolo piuttosto limitato.La formazione si conferma quella del precedente lavoro con la presenza aggiunta di due ospiti: Steve Unruh (violino e flauto) e Michele Lynn (voce). L’intesa ritrovata con il cantante Carl Groves, l’urgenza e la determinazione di proseguire il cammino indicato da Ode to Echo portano a ottimi risultati; mai come adesso infatti la band americana ha assunto un proprio stile, una propria personalità.

Pur perdurando qualche inevitabile fugace occhiata al Yes sound, ora i Glass Hammer riescono ad affermare il proprio carattere, battendo strade alternative all’interno del loro symphonic prog; soluzioni diverse a quelle più utilizzate in passato, una buona alternanza nell’uso delle voci soliste, una maggiore caratterizzazione del sound. Con ogni probabilità hanno impiegato troppo tempo a sbocciare, a maturare questo sviluppo ma l’esito ora finalmente è apprezzabile.

The Breaking of the World cattura l’attenzione sin dal primo ascolto ma è proseguendo che regala le cose migliori, dettagli preziosi emergono dall’accuratezza dei suoni e dall’importante bagaglio tecnico e di songwriting di cui dispongono Steve Babb e compagni.

Cito Babb non a caso perché oltre a essere una delle due menti compositive del gruppo, in più di una occasione sfodera una prova magistrale con il suo basso, basta approcciare l’incipit del primo pezzo, Mythopoeia. Brano estremamente dinamico nel quale si segnalano come sempre anche le tastiere di Fred Schendel; la coralità, i cambi di tempo, le scalate e le discese vertiginose, il timbro di Carl Groves…sono tutti elementi permeati ancora da “quel” lontano faro ma al tempo stesso si coglie una diversa verve.

Schendel avrà modo di mettere mano all’intero arsenale, tra moog, mellotron, Hammond e via dicendo mentre Alan Shikoh si fa notare per un pregiato lavoro alla chitarra acustica.

Third Floor parte con una grande atmosfera, sonorità quasi fusion preparano l’ingresso della voce di Susie Bogdanowicz con il flauto sullo sfondo. Un nuovo intenso arpeggio della chitarra e quindi del piano portano lontano con la mente, prima di un morbido intervento della batteria (tra l’altro trovo Aaron Raulston molto cresciuto). Si inseguono una miriade di scenari, intervallati tra loro, a formare una struttura molto articolata, splendida.

Un passaggio piuttosto movimentato, Babylon, nel quale tutti gli strumenti, flauto compreso, trovano collocazioni importanti per un’altra costruzione di peso; Groves tiene bene la scena, le keyboards imperversano, la sezione ritmica martella con fantasia.

Un brevissimo ma solido filler fusion (A Bird When it Sneezes) e, accompagnata dalle note del piano, scivola lenta Sand, una ballad dolce cantata con trasporto dal singer dove ogni suono viene calibrato, centellinato con estrema precisione.

Si riparte a gran ritmo con Bandwagon, di nuovo fanno capolino degli agganci agli Yes cui contribuisce non poco il suono granitico del basso di Steve Babb; un drumming asciutto procede di pari passo, la chitarra comincia a farsi sentire con più decisione e poi avviene una vera deflagrazione dell’Hammond. I suoni si inseguono, a spirale si avvolgono per poi ripartire come varianti impazzite.

Venature vagamente jazzy nel timbro di Susie Bogdanowicz per Haunted, un episodio “caldo” e carico di pathos; un breve break strumentale e poi di nuovo il tema principale per quella che si può ritenere quasi una canzone, una ballad semi acustica di un formato più classico sospesa essenzialmente tra voce e chitarra acustica.

Ancora tanto basso e keys in evidenza con North Wind; un incedere epico lascia poi spazio alla voce di Groves, le traiettorie diventano imprevedibili grazie al moog e alle veloci dita di Fred Schendel. Si ha la netta sensazione di una band perfettamente a proprio agio, in grado di offrire il proprio talento attraverso strutture importanti, curate ma non giocoforza complicate in modo artefatto. Riescono a rendere semplice il difficile e non è una prerogativa da poco.

Gran finale con  Nothing, Everything, un poderoso avvio strumentale dove è possibile trovare anche qualche raccordo con i Gentle Giant. Di nuovo un sentore jazz rock pervade i primi minuti della traccia, l’ingresso della voce poi cambia passo al pezzo dandogli un abito più melodico. Una giostra continua, tornano segmenti fusion di lava bollente inframezzati a morbidi atterraggi, tappezzati da synth e chitarre; un epilogo spettacolare.

Applausi convinti stavolta ai Glass Hammer che con The Breaking of the World si sono superati, scrollandosi di dosso (quasi) definitivamente un’ombra che cominciava a diventare pesante. In un 2015 sino ad ora non proprio prodigo di ottime uscite, questa si segnala al momento come una delle più convincenti.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. valentino scrive:

    non ho ancora sentito l’album. però la voce di Groves non mi piace. l’uscita di Davison (doverosa peraltro) credo mi farà apprezzare meno la band che con ” If” e “Cor cordium” aveva raggiunto vette importanti

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